Riflettori su Gesù / L’uomo della misericordia

Riflettori su Gesù / L’uomo della misericordia
di Luigi Rossi

17 veronese - cristo e il centurioneGesù era consapevole che morte e vita, gioia e dolore camminano di pari passo. Il suo sguardo penetrante, comprensivo, limpido sapeva così raggiunge il segreto del cuore e gli dava la possibilità di farsi carico della sofferenza altrui. Allora niente e nessuno poteva fermarlo. Sempre pronto a prendere l’iniziativa, si trasformava in un amico speciale, senza chiedere condivideva i sentimenti di chi con gli occhi poneva domande angoscianti ed attendeva risposte di speranza.

Questo atteggiamento lo si coglie considerando l’invito fatto alla vedova di Naim a non piangere per il figlio morto. Gesù intervenne offrendosi gratuitamente senza domandarsi chi fosse o valutarne gli eventuali meriti. Nel vedere già amava, al punto da soffrire con chi era nel pianto e così la sua tenerezza diventava già salvezza. Quella mamma rispose con la mimica del suo volto dal quale traspariva intenso stupore, mentre il suo silenzio rimarcava la sua impotenza dinanzi al mistero della morte. La risposta della donna in gramaglie, la quale non si aspettava che Gesù potesse mutare il lamento in danza rispetto alla tragica realtà del momento, dimostra che soltanto l’amore riesce a sconfiggerla donando nuovi occhi per vedere al di là del muro freddo del nulla ed orecchi per sentire la buona novella, anche se risulta indicibile secondo logica umana. Così, ritornando calda nelle braccia tremanti della madre, quella giovane vita dimostra che Gesù può indurre anche la morte a non mettere il suo definitivo sigillo nero. Questa nuova verità libera, svegliando dagli incubi di una vita spezzata, rompe le catene della solitudine propria degli spiriti affranti.

Gesù trasforma quella vedova donandole speranza, mentre tutti i presenti hanno appreso che, se si condivide la fiducia dell’amore, non vi è la fine. Questa preziosa rivelazione circa l’animo di Gesù viene confermata riflettendo sull’episodio avvenuto presso la piscina di Siloe a Gerusalemme, dove si ammassavano malati che speravano nel miracolo.

Nonostante la giornata fosse fresca e l’acqua sorgiva riempiva l’invaso, a colpire le narici era un odore nauseante a causa del suo ristagno. Un riverbero del puzzo colpiva come un pugno allo stomaco suscitando conati di vomito. Oltre all’aria mefitica, i lamenti dei piagati echeggiavano sopravanzando i mormorii di stanchezza ed i gemiti di disperazione. Poche preghiere non riuscivano a coprire gli effetti dell’inconsolabile sensazione di sofferenza. Tra i tanti disgraziati, a colpire il piccolo gruppo che faceva corona a Gesù fu un vecchio paralitico il cui mucchio di ossa a stento era nascosto da stracci puzzolenti, che accrescevano il senso di ribrezzo senza assicurare alcun calore a quella pelle biancastra di malato cronico. Aveva il volto scavato, le rughe erano il frutto di anni di fame e di sofferenze patite da un corpo scomposto perché malamente addossato al muro. Gli occhi sbarrati erano il segno più evidente della sua stanchezza di vivere. Improvvisamente sentì delle parole di partecipata compassione, seguite da una carezza che ravvivò il viso e gli fece aprire le palpebre. Il suo sguardo era diventato quello incredulo di chi, improvvisamente, stava sperimentando qualcosa di nuovo ai propri piedi. Dopo decenni, le dita si muovevano generandogli un lancinante dolore per la totale ed invincibile immobilità patita. La progressiva sensibilità si tramutava in uno scossa elettrica che tendeva ad espandersi per tutto il corpo. Il suo respiro divenne sincopato perché un’irrefrenabile spinta lo induceva ad alzarsi. Puntellò le spalle contro il muro mentre con i piedi faceva leva sperimentando nel suo corpo una forza prima sconosciuta. Incominciò a barcollare per la sensazione minacciosa di vertigini; temette di ricadere carponi. Afferrò la mano di Gesù, che intanto aveva allungato il braccio in segno di trepido aiuto, mentre un amichevole sorriso si stampava sul volto del Maestro e il vecchio comprese che ormai era stato sanato.

Per quanti sabati in 38 anni egli aveva pregato e sperato invano di vedersi sollevato da quella misera esistenza ed allontanarsi per sempre da quel luogo di dolore; quasi incredulo, affrettò il passo per guadagnare l’aria aperta costretto a socchiudere gli occhi per proteggerli dai raggi del sole. Era abbagliato dal luminoso azzurro del cielo ed in quel momento comprese che ormai lo attendeva una nuova vita perché gli era stata concessa un’altra opportunità. L’uomo fatica a farsi raggiungere da Dio e la sua resistenza, contrariamente a ciò che si può pensare, non nasce dalla forza, bensì dalla sua debolezza.

(I Confronti-Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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