Riflettori su Gesù / Misericordia dell’amico

Riflettori su Gesù / Misericordia dell’amico
di Luigi Rossi

sdp_2013_2pasqua-ca_htm_3ddd961cI discepoli, grazie alle esperienze fatte alla sequela di Gesù, avevano cominciato a capire gli uomini leggendo nella mimica del volto i loro sentimenti e cogliendo le pulsioni del cuore come aveva loro insegnato il Maestro. Egli aveva tante volte ripetuto che sovente basta avvicinarsi agli altri manifestando disponibilità all’ascolto e tenendo sotto controllo le proprie emozioni per evitare di farsi condizionare nel valutare le esperienze di vita degli altri. Per rendersi conto del loro stato d’animo li aveva invitati a comprendere situazioni che l’interlocutore cerca di tenere nascoste. Li aveva soprattutto invitati ad impedire che a prevalere fossero i loro sentimenti, la propria carica di paura o di esaltazione, l’angoscia o la speranza e imporre al cuore il silenzio che predispone alla comprensione e consolida la forza di volontà. Così, sempre conservando un grande spirito di umiltà, diventa possibile percepire nel proprio animo le emozioni degli altri, anche le più recondite.

Da questi insegnamenti chi lo seguiva aveva imparato che con Gesù era cessato il tempo della durezza. Le sue parole invitavano ad aprirsi al calore della fede e all’amore per la vita. Tutti potevano liberarsi da ogni senso di disperazione perché chi lo ha conosciuto si appropria della speranza nella sua dimensione più concreta. A questo proposito l’insegnamento più grande a loro pervenne quando a Gesù presentarono un’adultera perché fosse lapidata.

La donna aveva sguardo, anima e cuore rivolti a Lui, che con gesti e poche parole fu capace di smontare il decalogo scrivendo il nuovo comandamento della misericordia direttamente nell’animo dell’uomo. Gesù interviene perché ha compreso che a farla soffrire non è solo il suo peccato, ma anche la morbosa cattiveria di chi la circonda. Ormai era rassegnata al suo destino, in silenzio attendeva l’impatto doloroso della prima pietra, non le importava il polverone suscitato intorno a lei. Era lì, al centro dello spiazzo, la sua vita stava incrociando la morte, non immaginava che aveva appena incontrato chi l’avrebbe salvata.

Improvvisamente cala un silenzio innaturale per la situazione, attimi interminabili. Il Maestro traccia segni sullo terreno polveroso e coglie il dolore della donna, ma soffre di più per l’ottusa incomprensione di quegli uomini dall’atteggiamento scandalizzato perché era stata offesa la loro legge. Gesù li lapida con le sue parole lapidarie. Intanto muove verso la donna i suoi occhi in precedenza puntati a terra. L’incrocio di quei due sguardi è sufficiente perché in un viso si rifletta il desiderio di ravvedersi e in Gesù l’intenzione di rasserenare un’anima liberandola dal peso del peccato. Certo, Dio non poteva condannare proprio mentre Gesù, il Figlio fatto perdono, parlava. Nella donna, un vortice spazza via le polveri più dense del male grazie ad un’esplosione di amore che si espande coinvolgendo: per l’adultera l’attesa tragedia si è rivelata occasione di salvezza.

Nell’impotenza sta la resa, l’abbandono e l’affidamento a colui che si dona con infinito amore. La grazia modifica l’io, trasformando il silenzio sterile nel luogo del suo agire. La potenza amorosa del Signore raggiunge ogni cuore liberandolo perché la verità infonde sicurezza quando la fiducia si trasforma in autentico traino per lo spirito deluso, abbattuto, incapace di risollevarsi e pur redento dall’amore che non s’impone ma si propone, basta farsi trovare lasciandosi guidare senza paure o desideri di fuga.

 

redazioneIconfronti

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