Riflettori su Maria / Calvario di madre

Riflettori su Maria / Calvario di madre
di Luigi Rossi

I_volti_della_Madre_-_Novena_Immacolata_2013_html_2d817b5dSalutata la cugina, Maria riprese il lungo viaggio di ritorno a Nazareth. Per lei furono giorni tutti uguali. Percepiva il tempo dell’attesa come uno stagno immobile, a volte le sembrava di non riuscire ad immaginare cosa venisse prima o dopo, resasi finalmente conto della situazione e di ciò che avrebbe dovuto affrontare: la reazione del paese, del clan, dei familiari, di … Giuseppe.

Poco prima di entrare nel paese si fermò per prendere fiato e si ricordò delle parole che il suo promesso aveva pronunciato prima di partire: “non so quale sia il luogo dove devi andare, non so che strada dovrai percorrere e perché hai deciso di partire, ma una cosa conosco con certezza, sono disposto a percorrerla con te, a proteggerti e a darti una casa”. Tuttavia, appena lo scorse e lui la vide, si bloccarono entrambi, consapevoli di cosa vicendevolmente l’altro stesse pensando. Maria raccontò l’accaduto. Sulle prime Giuseppe la guardò incredulo. La giovane lo fissò negli occhi, una lacrima scese sul viso e ciò bastò perché lei capisse che lui le aveva creduto, pronto a mettere da parte i dubbi e sforzarsi di comprendere, benché le avesse comunicato qualcosa che era al di là, onestamente ben oltre le capacità di un uomo, della mente di un promesso sposo.

Poi tutto avvenne così in fretta: il viaggio a Betlemme, il censimento, la folla, quella notte, le doglie, la solitudine, il freddo, il rifiuto, lo smarrimento. Ma nulla riuscì ad abbattere la madre di Gesù: finalmente aveva tra le braccia il suo unigenito.

Quando parlava di quella esperienza, il suo volto si illuminava di una luce indescrivibile. Gli occhi le brillavano mentre raccontava la sua reazione: baci e coccole. Proprio nel momento cruciale Giuseppe si era allontanato per portare più acqua e lei aveva intonato un salmo composto nei giorni dell’attesa quando, chiusa in casa, per non sentire pettegolezzi molesti, andava mentalmente ripetendosi: “Emanuele, sarai il liberatore / ed io sarò tra le tue file / Profeta convincente / io berrò le tue parole /come tu farai col mio latte,/ le masticherò lentamente / come t’insegnerò a fare/col pane che cuocerò per te.”

Giuseppe e Maria si recarono al Tempio per l’offerta del primogenito. Maria era felice: poter entrare in quel luogo a testa alta e mostrare al mondo la normalità della sua famiglia che, per rispetto alle prescrizioni della Torah, procedeva al sacrificio di riscatto del primogenito. Era un compenso indicibile alle mortificazioni, ai dispetti, all’isolamento, alla paura sperimentati prima del parto. Ma la gioia di quella evocazione venne turbata dall’esperienza fatta all’uscita. Un turbamento premonitore contrastava con i sentimenti che avevano accompagnato la giovane madre nell’entrare.

Pregava augurando al figlio un futuro pieno di gioia, di serenità, di grande successo. Ma fu prima distratta e poi angosciata da alcune parole ascoltate in quel frangente. Un vecchio a servizio del Tempio e grande conoscitore dei testi sacri nel fissare il bambino cominciò a parlare di tradimenti, di ostilità patita e di una tragica passione alla quale sarebbe stato assoggettato; veramente un segno di contraddizione tra la gioia della cerimonia del riscatto e il dolore penetrante come una spada affilata nell’anima della Madre. Ella si tenne ancora più stretto il piccolo Gesù, quasi a proteggerlo facendogli scudo col corpo e con l’anima per prevenire la minaccia di tanta sofferenza.

Quel giorno mutò definitivamente il modo di porsi verso Gesù di Maria. Infatti, intravedeva costantemente incombente su di lui l’ombra del dolore. Questa visione rendeva amari anche i momenti più dolci e familiari. Per timore della catastrofe cominciò ad aver paura dell’avvicendarsi dei giorni. Lo vedeva crescere e ciò le ricordava l’approssimarsi del grave momento delle tenebre. Perché nella sua misericordia il Benedetto d’Israele non le ha mantenuto nascosto quel momento? Un velo persistente su queste prospettive future di straziante dolore avrebbe reso più tollerabile l’ansia e l’angoscia di madre. Forse domandare ragione al Signore delle sue scelte con una punta di risentimento costituiva una libertà irrispettosa nei riguardi dell’Ineffabile. Ma conoscere in anticipo ciò che attendeva Gesù ha reso penoso ogni giorno per il travaglio delle ansie materne. Le si chiedeva di estendere all’infinito il Sì pronunziato all’inizio di questa grande storia, la quale ha segnato per sempre Maria.

Il momento temuto ed atteso di ciò che ha visto sul Golgota ha prodotto un continuo spasimo nelle sue carni e nel suo cuore; ha sviluppato una solidarietà tutta particolare col corpo del figlio confitto al legno, mentre nella disperata impotenza di madre sotto il patibolo sperimentava la comunione con lui, ingiustamente martirizzato. La lancia utilizzata dal centurione per costatare il decesso di Gesù procurò dolore soprattutto a Maria essendo il Figlio già morto, straziante il suo penare mentre si continuava ad infierire su quel corpo, al quale lei aveva dato la vita, un corpo che era soprattutto suo essendo stato generato in quel modo unico.

Proprio in quel momento Maria ci ha dato il più grande insegnamento: mantenere la fiducia anche durante l’esperienza più tribolata, accettare la volontà di Dio pur se tra acuti tormenti perché in quella circostanza abbandonarsi alla sua volontà rappresenta l’unica scelta valida e coerente per fare della Parola verità, via e vita.

 

(www.iconfronti.it)

 

redazioneIconfronti

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