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Riflettori su Maria / Luminosa fu l’attesa

Riflettori su Maria / Luminosa fu l’attesa
di Luigi Rossi

Domenico_ghirlandaio,_visitazione,_louvre_01Il viaggio per giungere all’abitazione di Elisabetta durò circa tre giorni. Nonostante la fatica dei tornanti fatti a piedi, delle ripide discese, dell’ansia per le incertezze della rotta e della paura di qualche brutto incontro, quelli furono comunque giorni di grazia. Libera dalla ritualità quotidiana dei lavori domestici e dalla frequentazione delle stesse persone con le quali si è portati a parlare delle esperienze di ogni giorno, cedendo sovente alla banalità di qualche pettegolezzo, accentuato dalla curiosità maliziosa che si legge negli occhi di amiche e conoscenti, Maria ebbe l’opportunità di pensare nella solitudine interiore del proprio io a ciò che le era capitato. La meditazione pose un certo freno al tumulto delle emozioni, al guazzabuglio di sentimenti che albergavano nel suo cuore, dove costantemente echeggiavano le insolite parole ascoltate qualche settimana prima. Proprio durante quei giorni di viaggio la ragazza acquistò l’abitudine di parlare mentalmente col figlio che portava in grembo. I suoi palpiti, i suoi movimenti, il fatto di sentirlo crescere nel suo corpo unificavano le forze interiori, mentre ella manifestava premurosa devozione: nella sua umiltà Maria andava accentuando l’adorazione per il Benedetto d’Israele.

Il carrettiere al quale si accompagnava la osservava con fare inquisitorio. Intanto alcuni della compagnia commentavano: deve essere una spigolatrice, uno dei tanti anawhim. Povera donna, non ha marito o padrone e si nutre raccogliendo spighe che per carità lasciano sul terreno; vive del superfluo che la generosità dei più fortunati le mette a disposizione. Una donna si chinò verso di lei per porgerle quanto aveva in mano, poi tornò col suo gruppo nella carovana. Questa esperienza colpì Maria: quanti poveri aveva visto per cui aveva imparato a vuotare la borsa davanti a loro senza desiderare quel che possedeva di più e senza attendersi gratitudine. Infatti, come aveva insegnato un Rabbi, ciò che faceva era semplicemente un atto di giustizia.

Prima di arrivare da Elisabetta Maria ebbe l’occasione di fare un bagno di purificazione per rigenerarsi dopo tanta fatica. Entrare nell’acqua le diede la sensazione di ritornare nel grembo materno. Pensò con maggiore intensità alla nuova condizione, al bambino annunciato da un angelo, inviato nel posto più basso della terra, nella impura Galilea delle genti, formato nel grembo di una donna, anzi di una ragazza ancora senza marito, esposta quindi certamente alle calunnie e, probabilmente, alle pietre dei benpensanti. Ella cominciò ad aver paura. Per farsi coraggio si rivolse al suo Yeshua: gli parlò, lo implorò, iniziò anche a pregarlo. Ma, rispetto alla condizione di serva fedele, dopo un po’ cominciò a prevalere in lei quella di madre. Allora fu Maria a consolarlo dicendogli di non aver paura perché con lui ci sarebbe stata sempre lei: lui e la madre nello stesso fragile corpo, ma entrambi forti per la fiducia in Adonai. E poi un pensiero la illuminò come un lampo in una notte senza luna: Yeshua sarà il perdono dell’Altissimo, di che temere?>

Percepiva con crescente chiarezza il destino che si profilava davanti a lei: figlia d‘Israele scelta per esaltarsi abbandonandosi al caldo amore materno. Si divertiva ad immaginare le fattezze del figlio e ciò faceva crescere l’impazienza di vederlo per poterlo abbracciare, malgrado la consapevolezza che tutto ciò avrebbe potuto causare problemi in famiglia, nel villaggio, col rabbino. Ma al bimbo era destinato il trono di Davide. Egli avrebbe riassunto in sé tutti i desideri sedimentatisi nella casa di Giacobbe durante i secoli.

Mentre rifletteva sulle tradizioni del clan e dei familiari più vicini, incominciò a chiedersi se il regno di cui egli sarebbe stato l’iniziatore sarebbe stato uno dei tanti già sperimentati, oppure avrebbe assunto caratteristiche del tutto diverse, come unica era la modalità con la quale Emanuele si era affacciato alla vita. Inoltre, che poteva significare un regno senza fine? Le parole che la giovine aveva percepito, sentito, ascoltato in quel momento meraviglioso di annunzio le ritornavano spesso alla memoria: un figlio santo. Ma chi è santo? Secondo gli insegnamenti degli scribi e dei rabbini santo è solo il Benedetto d’Israele. La mente, immersa in un lampo di luce, non riusciva più a collegare parole, significati e immagini, mentre echeggiava l’azione dello Spirito che induceva Maria a considerare il bambino Figlio dell’Altissimo.

La solitudine di quei giorni di cammino accumulò nella donna un coacervo di sentimenti scaricati al primo incontro nell’abbraccio con Elisabetta. La cugina era l’unica interlocutrice in grado di capirla; erano accomunate dalla stessa condizione dell’attesa, di un seno fecondo, di una particolare grazia che rendeva ancora più presente nel profondo del loro io la potenza di Jahvé.

Entrata in casa di Zaccaria, Maria si rese conto che, lui muto, l’ambiente era riempito dalla personalità di Elisabetta, felicissima della benedizione: il suo seno non era più sterile e lei non più oggetto dei sarcasmi malevoli del vicinato. Il soggiorno da Zaccaria si concluse dopo la nascita di Giovanni, che aveva ridonato la parola al padre e consolidato definitivamente la gioia della madre. Maria si fermò lo stretto necessario. Quando si rese conto che il suo aiuto non era più indispensabile decise di ritornare a casa: aveva qualche problema da risolvere!

(2 – continua)

(www.iconfronti.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

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