Riflettori su un grande “promiscuo”

Riflettori su un grande “promiscuo”
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Nel 1963 Luigi Squarzina, al suo primo anno di direzione allo Stabile di Genova in coppia con Ivo Chiesa, decise di mettere in scena “I due gemelli veneziani” di Carlo Goldoni per avere uno spettacolo da esportazione e tenere il passo col celeberrimo “Arlecchino servitore di due padroni” del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Per il ruolo di protagonista, Squarzina non ebbe dubbi e lo affidò al grandissimo Alberto Lionello. Un attore immenso (1930- 1994) che sapeva coniugare in egual misura il registro tragico e quello comico, il brillante e il drammatico, lo slancio dell’innamorato e la durezza del tiranno, con una impareggiabile maestria. Queste caratteristiche facevano di Lionello l’ultimo grande “promiscuo”. Nella grammatica dei ruoli otto-novecenteschi, il promiscuo era per l’appunto l’attore che riusciva per la sua eccentrica duttilità a coprire con efficacia i ruoli che andavano dal padre nobile al brillante, al caratterista. Per queste specifiche caratteriste i “promiscui” erano attori-artisti che pur restando dentro una tradizione di teatro di rappresentazione riuscivano, dentro quei testi e quella tradizione, a ritagliarsi ampi spazi di intervento creativo. Attori spesso in “solitudine” che però riuscivano ad essere estremamente efficaci per le platee che ne percepivano immediatamente l’eccezionalità del loro stare in scena. Dopo Lionello, nel teatro italiano solo pochissimi altri sono stati alla sua altezza. Lo spettacolo, come era prevedibile, riscosse enorme successo non solo in Italia. Lionello in scena giganteggiava con rara maestria interpretando sia Zanetto che Tonino, i due fratelli del titolo goldoniano. Finalmente, con i “Gemelli …” anche Genova aveva il suo spettacolo che poteva promuovere l’attività del suo Stabile nel mondo. Mosca, Parigi, Londra, dovunque un enorme successo. E proprio durante una di queste fortunate tournée ad Amsterdam, Ivo Chiesa sapendo che in città in quel momento c’era Jean Paul Sartre, lo invitò a teatro per vedere lo spettacolo di Goldoni ma, soprattutto, per fargli vedere in azione l’attore al quale Squarzina aveva affidato il ruolo di protagonista del testo del filosofo “Il Diavolo e il buon Dio”, prossima produzione dello Stabile. Sartre restò ammirato dalla bravura di Lionello, dalla sua camaleontica capacità interpretativa ma, al tempo stesso, non mancò di esprimere una qualche perplessità sulla possibilità da parte dell’attore di interpretare il ruolo tragico e violento di Goetz, protagonista del suo dramma. Intanto, lo spettacolo fu messo in scena e Chiesa invitò il filosofo francese a Roma per poter assistere alla “prima”. È inutile dire che per Lionello fu ancora una volta un successo senza precedenti. Lo stesso filosofo dovette ammettere pubblicamente che quella di Lionello era stata la migliore interpretazione mai vista del suo personaggio. Da allora in poi, Lionello che amava sia il teatro d’impegno che quello più specificatamente leggero e d’evasione, diventò un beniamino del pubblico italiano. Nell’anno stesso della sua morte, ho avuto il piacere di assistere ad una delle sue ultime fatiche d’attore. Al teatro Goldoni di Venezia in una fredda serata lagunare il mio amico Paolo Puppa aveva ideato per lui una intrigante drammaturgia sulle lettere di Svevo alla moglie. Una serata d’onore per Alberto Lionello che, già sofferente, mostrò al pubblico, in quella serata unica, una eleganza attorica senza tempo. Le parole di una durezza lieve di Svevo (suo vecchio amore, avendo interpretato Zeno in un altro storico allestimento di Squarzina) quella sera sembravano fermarsi nell’aria. Tutti noi restammo rapiti da quella voce unica, consapevoli che, forse dopo quella serata, non avremmo mai più riascoltata: la voce sapiente dei grandi “promiscui”.

redazioneIconfronti

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