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Rinaldo Alessandrini: senza cultura non c’è vita

Rinaldo Alessandrini: senza cultura non c’è vita
di Rosaria Fortuna

Il Made in Italy è anche e soprattutto un fatto culturale, una cosa su cui oggi riflettiamo poco e su cui dovremmo concentrarci: ci permetterebbe di guardare al nostro paese in maniera differente. Rinaldo Alessandrini è uno dei patrimoni culturali di questo paese. È un musicista e il suo campo è la musica classica, un campo immenso, che ci mette in relazione profonda con noi stessi in  breve tempo.

È  difficile parlare con Rinaldo Alessandrini per via dei suoi continui impegni e spostamenti ed io lo ringrazio per il tempo prezioso che mi ha dedicato.

Rinaldo Alessandrini

Rinaldo Alessandrini

Partiamo da Vivaldi e dalle sue Quattro stagioni. Le tue incisioni con Concerto Italiano sono assolutamente innovative e restituiscono un Vivaldi un po’ meno scontato. 

La registrazione è ormai di molti anni fa, 2002, credo. Le Quattro Stagioni pongono a tutti i musicisti il problema della routine e della memoria. Sono concerti inflazionatissimi e condizionati ormai da sovrapposizioni di centinaia di ascolti di altrettante versioni incise e suonate in concerto. Niente contro la memoria storica. Può succedere, come in questo caso, che l’inflazione delle esecuzioni e degli ascolti arrivi a nascondere l’essenza di una composizione. Il mio intento fu proprio quello di immaginare una esecuzione completamente liberata dalla memoria, come se noi fossimo stati i primi ad eseguire questi concerti. Per altro, la fattura delle Quattro Stagioni è di ottima qualità. Rintracciarne però i dettagli è diventata una impresa disumana.

Ascoltandole ho avuto l’impressione che l’Inverno e l’Estate fossero le tue stagioni preferite, mi sbaglio?

Ci sono piuttosto alcuni passaggi particolari, sparsi qua e là, ma non ho un concerto preferito.

Monteverdi è il musicista che ti ha maggiormente ispirato. Cosa hai ritrovato di te nella sua musica?

Non ho cercato niente di me. Ho fatto in modo di imparare il più possibile dal suo metodo. Monteverdi in realtà affronta la composizione in modo razionale, secondo il principio dell’imitazione, in musica, di una idea. Dà quindi voce e corpo, con la musica, alla realtà, fisica o emotiva che sia. E lo fa secondo una serie di regole e di strategie molto precise. Impossibile avvicinarsi alla sua musica se non si diventa capaci di smontare un qualsiasi brano per poterlo analizzare alla luce di questo meccanismo. Succede poi, inevitabilmente, che col passar del tempo si assimili il linguaggio del compositore e si cominci a parlare come lui, anche e solo per imitazione. E da ultimo si scopre che il metodo altro non è che una porta d’accesso a un mondo emotivo sterminato.

E in Corelli?

Corelli ricerca una sintesi assai stilizzata delle passioni. È un compositore atipico. Più di Vivaldi, Corelli sembra aver composto molte volte la stessa sonata, o lo stesso concerto. Sappiamo che la musica che decise di dare alle stampe fu selezionata con cura. Corelli sembra aver difeso strenuamente un ideale estetico, basato sulla simmetria e sull’infinito sfruttamento di poche idee armoniche e strutturali, attentamente scelte.

Hai studiato anche sotto la guida di Ton Koopman: cosa ci puoi raccontare di quel periodo? 

Molto fermento, molto interesse, molta curiosità. Erano i primi anni ’80, quando in Italia arrivava la musica antica su strumenti d’epoca. Quindi una grandissima voracità di tutto quello che riguardava l’argomento. Libri, partiture, fotocopi. Ton forse non è l’insegnante perfetto, ma riesce sicuramente ad essere un modello da imitare, cosa che comunque sia è di grande valore didattico.

La musica classica, quella strumentale, rappresentava nelle Corti il momento di più alta convivialità e il clavicembalo occupava un posto d’onore. Quando è iniziata la tua passione per questo strumento? 

Per caso. Seguii un corso di cembalo nel 1978 ad Urbino. All’epoca studiavo pianoforte. Credo di aver trovato nel clavicembalo le ragioni che il pianoforte non sapeva darmi. Da lì è nato tutto, con molta passione e molto coinvolgimento.

La musica barocca è apparentemente più accessibile ed è quella più ascolta e sfruttata. Spiegacene le ragioni.

“Musica barocca” è un’etichetta troppo grande e generica. Due secoli di musica che nasce in posti così lontani culturalmente parlando. Quella italiana ha un grande potere affabulatorio e teatrale, avvince ma non costringe. Bach al contrario inchioda alla sedia e obbliga l’ascoltatore a misurarsi col pensiero del compositore. Forse, più generalmente, le dimensioni quantitativamente ridotte delle composizioni barocche favoriscono un ascolto e l’assimilazione più rapido dei linguaggi. Altro è per esempio ascoltare un’opera di Wagner o una sinfonia di Bruckner. Esiste comunque una parte molto importante di musica antica, soprattutto quello cinquecentesca, che, per l’ormai evidente lontananza del linguaggio, non può prescindere da una pur minima preparazione all’ascolto.

Quanto tempo passi a studiare,  a leggere ad ascoltare musica? E cosa ti piace leggere ed ascoltare.

Praticamente tutto il giorno, in forme e modi diversi, ma tutta la giornata è impegnata dalla musica. Ascolto poca musica antica, molto selezionata. A parte gli ascolti di prassi, quelli deliberatamente scelti riguardano compositori poco noti come Muffat, Kusser, oppure i polifonisti del quattro e cinquecento. Ascolto molta musica moderna e contemporanea. Mi colpisce molto la ricchezza dei linguaggi.

Quanto è importante per te la musica? Riusciresti a farne a meno?

So passare intere giornate in silenzio. Anzi a volte me lo impongo con un intento terapeutico.

Quale opera ti è piaciuta di più dirigere? 

Mozart, tutto. Ho dovuto chiedere scusa a Gluck del quale avevo denigrato stupidamente il suo Orfeo, ma sul quale mi sono ricreduto dopo un paio di produzioni.

Cos’è l’amore?

Quello vero è quello che mi fa stare bene tutti i giorni perché sento che il legame che mi lega a una persona è fuori discussione. Credo che nell’amore sia essenziale abrogare il torto e la ragione. Gli amori finiscono quando uno dei due vuole avere ragione e vincere sull’altro. Le dinamiche dell’amore non fanno parte della realtà materiale che ci circonda ma vivono in noi una realtà parallela visibile solo alle persone che si amano, dove non ci sono né vincitori né vinti ma solo una grande capacità di accettazione incondizionata. È ovvio che il rispetto è essenziale. La mancanza di rispetto è anch’essa un modo per aver ragione dell’altro.

Viaggi costantemente. Hai un taccuino di viaggio? 

Viaggio molto ma non ho mai preso appunti. Non ho un rapporto regolare con i viaggi. Dipende molto da dove vado e con chi vado. Ritengo però che i lunghi periodi di solitudine passati fuori casa siano delle occasioni formidabili di costante resettaggio della propria vita.

Sei un buongustaio, cosa ti piace cucinare e mangiare.

Cucino bene e mangio anche troppo. Cucino e mangio di tutto. L’unica cosa alla quale non mi sono mai dedicato, per fortuna, sono i dolci. Per tutto il resto me la cavo egregiamente.

In Italia, con Concerto Italiano, sei stato il pioniere del movimento esecutivo filologico, una cosa che è importante e di cui mi piacerebbe che ci parlassi.

Lo siamo stati, assieme ad altri colleghi che nello stesso periodo muovevano come noi i primi passi. In realtà mi piace considerare Concerto Italiano come un laboratorio linguistico anziché semplicemente musicale. Forse perché negli anni gli interessi sono stati tali e tanti, e ognuno ha posto in primo luogo la necessità di imparare a parlare tutti assieme la stessa lingua che serviva in quel momento. Il resto è storia. Una storia fatta di molto lavoro, molto interesse, molte soddisfazioni ma anche obiettivi non completamente centrati: fa parte del gioco. Grandi rapporti umani che ancora durano nel tempo dopo circa trenta anni, ma anche persone con le quali ho preferito rompere i rapporti. In genere mi costa fatica fare musica con persone che non posso guardare negli occhi.

Cosa significa per te essere colti e cosa serve per esserlo? 

La cultura serve a creare un rete di stimoli, che possano indurre ed aiutare a cucire assieme i frammenti di una conoscenza enorme con la quale ci misuriamo tutti i giorni e che sappiamo non riusciremo mai a possedere tutta. Leggo di tutto un po’ proprio per misurare (e migliorare) la mia capacità di creare situazioni trasversali, per disegnare linee che attraversano anche sorprendentemente interessi a volte assai distanti tra loro. Essere colto credo significhi poter rendersi conto della realtà, riuscendo a non farsi trasportare dalle correnti acritiche.

Parliamo delle ultime tue incisioni. Bach ad esempio che ho trovato davvero solido e potente.

Rischio di essere banale se dico che della musica di Bach quello che mi affascina di più è il lato intellettuale. Mi piace il contrappunto, mi piace il suo voler essere complesso, mi piace il suo rifiuto per le soluzioni troppo semplici e troppo immediate. E mi affascina la sua capacità di trasformare la complessità nella cosa più naturale che esista.

Quanto è cambiato il pubblico in questi anni e cosa differenzia il pubblico italiano da quello degli altri paesi?

Il pubblico italiano è diventato musicalmente più colto rispetto a 40 anni fa. E questo è un bene. È un pubblico che ormai sa fare le sue scelte. Sa essere entusiasta e sa coinvolgersi. Forse le differenze più grandi si trovano tra i pubblici europei e quelli di oltre oceano, per ovvi motivi linguistici e culturali. In genere ho sempre trovato interesse ed affezione un po’ dappertutto.

Come ti auguri di invecchiare.

In salute, ovviamente perché vorrei poter fare tutto ciò per cui mi è mancato il tempo. E non parlo di musica, ma di molte altre cose. Penso spesso alla morte e mi stupisco del fatto che tra un po’ la mia coscienza non farà più parte di questa terra. Mi auguro solo di portare con me almeno un’impronta delle belle cose che ho avuto dalla vita.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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