Rino Mele, un poeta

Rino Mele, un poeta
di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Quando incontri Rino Mele devi stare molto attento a fargli la domanda di prammatica, “Come stai?”, da lui giustamente ritenuta più adatta ad una sala d’attesa d’ospedale che come incipit (banale assai, va ammesso) di una conversazione. E’ nell’essenzialità verbale che nulla concede all’ordinario, capace com’è di spalancare inesplorati orizzonti di senso, che si condensa la sua poesia, e a guardar bene la sua stessa biografia. Ma soprattutto si sostanzia la lezione morale che egli riesce a trasmettere al mondo che lo circonda con le sue opere, e con l’esempio e la militanza intellettuale quotidiana da più di mezzo secolo. Il peso di ogni singola parola presa nel vero significato storico, filologico, filosofico e psicologico, da strumento indispensabile della comunicazione, scritta e orale, a cinghia di trasmissione del sentire, fosse pure il più intimo e inconfessato: il lavoro di Mele è per gran parte dentro questa linea di ricerca. Ancor più interessante, però, per l’osservatore dei fatti “sociali” in senso lato, è una latente avversione – non dichiarata, ma implicita nella sua poetica – per ogni forma di roboante (e debordante) retorica civile. Il che lo rende un “irregolare” (o non irreggimentato) in un contesto in cui la corruzione del linguaggio, intesa come malattia terminale delle parole abusate o stuprate volgarmente dal potere e dai suoi corifei e talvolta in maniera inconsapevole anche da chi vi si oppone, ha progressivamente invaso quasi tutto lo spazio del discorso pubblico. In questo senso, allora, va letto l’impegno “politico” e “civile” dell’intellettuale giustamente geloso della propria “disorganicità”: non nella sua vicinanza (in realtà, una rigorosa e ben sorvegliata equidistanza) a questo o a quel gruppo, a una tendenza o corrente d’opinione anziché ad un’altra, ma nelle raffinatissime cesure che egli introduce, con i suoi libri e i suoi articoli giornalistici, nel dibattito culturale. La sua voce si limita a disegnare possibili e inedite traiettorie d’interpretazione del reale, sospingendolo oltre il claustrofobico abbraccio hegeliano col razionale. Nei territori della poesia, dove ogni fonema è il risultato di un lungo lavoro di scavo: nella memoria comune, nella storia, in quel tessuto di relazioni, scambi, interlocuzioni involontarie che chiamiamo (spesso a sproposito) “comunità”. Sembra, la sua, una voce flebile e sommessa, mentre in realtà vibra come un diapason, la nota standard sulla quale si accordano gli strumenti musicali.

Il poeta Rino Mele
Il poeta Rino Mele

Ora Mele, a quasi ottant’anni, concorre con altri due poeti al prestigioso Premio Viareggio Répaci, con il poema in versi Un grano di morfina per Freud, in cui l’agonia, il decadimento, il dolore fisico e la sofferenza psicologica del papà della moderna psicanalisi s’intrecciano e si fondono, come in un teatrale incubo metastorico, con la spartizione tra Urss e Germania (con il patto Von Ribentropp – Molotov) della Polonia e la successiva invasione nazista del Paese, atto di nascita della Seconda Guerra Mondiale, la più grande ed efferata macelleria della storia dell’umanità. La specularità tra dramma privato e pubblica tragedia, il cui filo rosso nel poema finalista del Viareggio è rappresentato dal fatto che Freud era ebreo, e aveva già conosciuto la crudeltà nazista con l’irruzione delle SA nella sua casa di Vienna durante l’Anschluss del ’38, è una costante nella (sterminata) opera del poeta. Davanti ai suoi occhi, vivisezionati sul tavolo anatomico della sua pietas virgiliana, sono passati il cadavere di Aldo Moro crivellato dalle mitragliette Br (Il Corpo di Moro), quello del monaco eretico Giordano Bruno (L’incendio immaginato), lo sguardo allucinato e retroverso di Galeazzo Ciano davanti al plotone di esecuzione. Gli indizi di una scelta di campo inequivoca (il racconto della sofferenza nel grandioso scenario dell’assassinio lento dell’umanitarismo, la morte come processo e non come esito), germogliata su un solido retroterra etico, ci sono tutti. Mele li distribuisce nei suoi poemetti facendo appello direttamente alla coscienza del lettore e bypassando il resto. Vincesse il Viareggio, sarebbe il terzo salernitano: e anche qui il gioco delle coincidenze speculari impone il suo suggestivo dazio. Vinse nel ’66 Alfonso Gatto, con “La Storia delle vittime”, liriche che scavavano nella stessa Guerra narrata da Mele. Rivinse, nel ’75, Giovanni Marini, l’anarchico condannato per l’uccisione di Carlo Falvella, con “E noi folli e giusti”. Due libri (tre con quello di Mele) attraversati dalla stessa faglia emotiva e storica dai cui bordi frastagliati e insanguinati continuiamo ancora oggi a osservare il Novecento, i suoi orrori, i furori ideologici, la sua potenza di secolo dissociato e bipolare: fucina di modernità ma anche abisso della Storia.

In bocca al lupo, prof. E viva il lupo.

In copertina, Rino Mele nel suo studio

redazioneIconfronti

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