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Riprendiamoci i territori della camorra

Riprendiamoci i territori della camorra
di don Aniello Manganiello
Don Aniello Manganiello

Don Aniello Manganiello

Qualche settimana fa, sono stati diffusi dalla stampa alcune percentuali che riguardano i disoccupati in Italia. Numeri assai sconcertanti che gettano un’ombra sinistra su tutto l’impegno vero e presunto di cittadini, forze dell’ordine, magistrati, politici, preti per affermare la legalità: sei disoccupati su dieci sono pronti, disponibili cioè da subito, a lavorare in aziende in odore di mafia o, peggio ancora, di proprietà della mafia.

Senza andare lontano e rimanendo in Campania, tantissimi cittadini di Casapesenna, in occasione dell’arresto di Michele Zagaria, senza alcun timore, espressero il loro disappunto e il loro dispiacere perché l’arresto del camorrista metteva in serio pericolo il lavoro per tante ditte edili, aperte e gestite dai Casalesi stessi. Quello che lo Stato non dà ai cittadini, quanto cioè spetta loro come diritto, la camorra e le mafie lo forniscono come favore. Perciò qui, come a Scampia e in altri territori del Sud, le mafie diventano ammortizzatori sociali. Quando manca il necessario in una famiglia, quando una persona cerca lavoro bussando a tante porte e le trova tutte chiuse, è facile che ci si possa rivolgere a chi riesce ad assicurare qualcosa. Su questo terreno si consuma la resa dello Stato, mai perdente come in questo periodo. Le mafie al Sud impediscono però lo sviluppo soprattutto grazie a politici e amministratori corrotti, e si pongono come benefattori, come “agenzie” (le sole) in grado di offrire risposte immediate. Che amarezza.

Il Pil della criminalità in Italia, ogni anno, ammonta a 300 miliardi di euro e a questa ingente somma va aggiunta quella di 60 miliardi che si perdono nei rivoli della corruzione. Lo Stato, intanto, continua a scegliere mezzucci, progetti superficiali, un po’ di assistenza a buon prezzo, qualche biglietto in busta paga per buttare fumo negli occhi dei cittadini e illuderli. Con i mafiosi invece si fa la guerra vera e soprattutto non ci si mette d’accordo! E la guerra va combattuta sul duplice fronte della repressione senza quartiere e delle riforme vaste e profonde. Questa seconda strada è quella che avrà esiti importanti in futuro, perché non potrà mai essere condotta una lotta dura contro le mafie senza far leva sulla giustizia sociale. Dico di più: l’ingiustizia sociale è il terreno sul quale le mafie proliferano e dove le saldature tra criminalità e pubblici poteri sono forti e inespugnabili, come alcuni recenti blitz, anche di queste ore, dimostrano, gettando un’ombra sinistra su un personale politico che, nelle aree gestite dai Casalesi, è diventato un ceto strutturato e solido. Ceto che, per finalità e metodi, non si discosta molto dalla stessa realtà mafiosa. Esiste, cioè, una zona grigia nella quale sia i camorristi che questi uomini pubblici di collegamento mantengono sotto “sequestro” intere fasce di popolazione. Entrambi i poteri, quello mafioso e quello istituzionale corrotto, lucrano sulla mancanza di coscienza, sul vittimismo atavico delle nostre terre, sull’ossequio e sul silenzio.

La consapevolezza e la denuncia, però, potranno svelare questo storico gap, dando vita ad un grande fronte democratico e civile in grado di rappresentare con autorevolezza i diritti dei cittadini, soprattutto i più deboli, e lottare per la difesa del lavoro e per una serena e pacifica esistenza. Solo allora i sei disoccupati su dieci, di cui sopra, non avranno più una buona ragione per scegliere la mafia o la camorra.

(I Confronti-Le Cronache del Salernitano)

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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