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Riproviamo il desiderio di fare il bene

Riproviamo il desiderio di fare il bene
di Michele Santangelo

seminatoreQuesta XV domenica del tempo ordinario è un’altra delle domeniche dell’anno liturgico che si caratterizzano dal brano che viene proposto nella liturgia domenicale. Questa è la volta della parabola del “Buon samaritano”, da tutti conosciuta e che la chiesa continua a sottoporre all’attenzione dei suoi fedeli, per poterne trarre stimolo e incoraggiamento per l’ agire dei cristiani, anche se sembra che in fatto di diritti inalienabili e non, ed anche di doveri, tutto sia stato già detto e a ciascuno siano chiare le linee del proprio agire corretto. Eppure quante volte capita che a fronte di questa coscienza personale, il bene non venga compiuto, o addirittura venga rifiutato, o si rimanga nel dubbio sulla scelta tra ciò che è bene e ciò che è male. Forse per questo gli ebrei avevano creduto di risolvere tutti i problemi attrezzandosi di un sistema di oltre cinquecento comandamenti e divieti, che doveva permettere loro di compiere in tutto la volontà di Dio, perché non avevano più una visione chiara di che cosa fosse assolutamente essenziale agli occhi di Dio e si perdevano nei dettagli. In un ambiente di tal fatta, ci racconta l’evangelista Luca, Gesù venne interpellato da un dottore della legge, uno di quelli che la torah la conosceva bene: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” Fa’ quello che già sai, è la risposta di Gesù. Ma al suo interlocutore non basta, anche perché il suo scopo era quello di mettere un po’ in difficoltà Gesù. Ed ecco il supplemento di indagine: sì, il prossimo, e chi è il mio prossimo?, Gesù risponde con la solita parabola che, dicono gli esegeti, proprio una parabola non è trattandosi di un racconto esemplare, pertanto che Gesù alla fine conclude: “va’ e anche tu fa’ lo stesso”. E qui l’accento viene messo da Gesù sul dovere di fare il possibile per il bene anche concreto e fisico del prossimo. Fin qui, tutto normale, tutto in linea. Solo che nel caso raccontato da Luca, alla fine il beneficato sembra essere stato il samaritano e non il malcapitato bisognoso di aiuto. Per Gesù il “prossimo” non è colui al quale posso e devo fare del bene, ma colui che fa del bene a me. È un modo nuovo di presentare il primato della carità che costringe anche noi ad un cambio di prospettiva, ponendoci dalla parte di chi ha bisogno, del carcerato, del profugo, dell’affamato, dell’infermo, dell’assetato. Inoltre quello che colpisce di più è la discrezione del benefattore. È probabile che il beneficato non conobbe mai l’identità di chi l’aveva aiutato. Si fa il bene, perché è un bene farlo; non si cercano riconoscimenti ufficiali, in quanto il bene ha un valore intrinseco che non va paragonato con la bontà del destinatario, né con lo stato di necessità se momentaneo o cronico. Per chi ha desiderio di fare il bene, chi sta male, sta male e basta, né devono essere invocati meriti particolari per ricevere il bene. Tutta la vita di Gesù insegna questo: “Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”. Quell’uomo mezzo morto, rimasto lì, in mezzo alla strada è l’emblema di tanti altri che rimangono soli e abbandonati lungo la strada. Accanto a lui potremmo oggi collocare tanta gente cacciata dalla loro terra e condannati a vagare senza meta lungo le strade del mondo, gli anziani delle nostre città, quasi condannati ai margini della vita. E la lista potrebbe allungarsi all’infinito. Beati noi se ci lasceremo prendere dalla compassione del Signore per i più poveri ed i più deboli.

In copertina, un dipinto di G. Conti che illustra la parabola del Buon Samaritano

 

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