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Riscopriamoci autentici nella rinascita del viaggio

Riscopriamoci autentici nella rinascita del viaggio
di Rosaria Fortuna
Pasqua è appena trascorsa, e molti in occasione di questa festa si saranno spostati per una breve vacanza. Una cosa, questa, che dovrebbe essere insita nella celebrazione della Pasqua, che ci ricorda di un passaggio e di una rinascita. Il viaggio è la dimensione più prossima a tutto questo, ed è anche il modo più rapido per ridisegnare contorni alternativi del quotidiano. Un quotidiano fatto di abitudini e di stereotipi, che chi viaggia deve necessariamente abbandonare, talvolta per sempre, specie se il viaggio rappresenta una tappa verso la conoscenza di sé. Da quando gli spostamenti sono diventati un “obbligo lavorativo”, i pendolari italiani sono una cifra piuttosto alta. È comparsa, però, anche una modalità per testimoniare, a chi non può spostarsi, una possibilità di vita meno precaria, in un Paese sempre più diseguale. Anche per questo i mezzi di trasporto si sono moltiplicati. Non solo auto proprie, treni e aerei, ma anche autobus e viaggi in auto condivisi con perfetti sconosciuti. Si sono così moltiplicate le offerte, tanto da definire con più nettezza la differenza tra chi davvero si sposta con l’idea di perdersi e di ritrovarsi in luoghi a lui distanti, e tra coloro che viaggiano per testimoniare una vita di certezze sia lavorative sia economiche.
Chi sceglie di viaggiare on the road, con gli autobus e in auto con degli sconosciuti,  scopre un paese differente, un paese che si muove in l’Europa per lavoro, che percorre lo stivale quotidianamente, e che parla l’italiano con le inflessioni di tutti i dialetti. Un paese non piagnone e qualunquista, che riesce a convivere, e ad andare incontro a tutto ciò che gli si prospetta davanti con fiducia ed un tocco di curiosità. Chi viaggia così scopre pezzi di Napoli e di Roma a Firenze e viceversa. Strade sconnesse e grandi opere in ogni dove, disservizi e maleducazione in tutte le salse, ma anche grande cordialità e disponibilità umane a Nord come a Sud. Riconosce tratti di sé in abitanti del Piemonte, si siede a tavola con chi capita a Firenze come a Napoli. Comprende cosa voglia dire parlare una lingua e comprenderne il senso profondo in quella che è la patria dell’italiano: la Toscana e Firenze, che dell’Italia è  una custode della civiltà. Civiltà che ritrovi nei monumenti, opera dei “malfattori dell’epoca”: i Medici, che per riscattarsi con la Storia ci hanno lasciato luoghi di bellezza inaudita e perfetta, a differenza dei malfattori di oggi che ci regalano spazzatura e morte, senza nemmeno porsi il problema né dell’immediato né del futuro. L’accumulo di potere e di soldi finalizzati all’oggi valgono poco se la qualità della vita è pessima, e la prospettiva del  futuro è il banale incremento del proprio conto corrente, senza aver fatto niente per i posteri in proporzione alle proprie fortune. E mentre ci si chiede chi governerà il Paese, esasperando difficoltà umane antiche ed odierne più teoriche che pratiche, gli italiani si spostano e cercano punti di contatto. I più scafati viaggiano con i tedeschi di Flixbus, riassaporando una lentezza del vivere, lentezza che il viaggio dovrebbe instillare, e che riporta alle gite scolastiche ed adolescenziali. E neppure ci si domanda perché siano i tedeschi piuttosto che gli italiani a spostarci da una parte all’altra del paese. Sarebbe una domanda sciocca. Abbiamo scelto l’Europa come patria allargata, una dimensione che è più della realtà, ma che è anche la cifra delle migrazioni che proprio da quella Pessa’h che continuiamo a festeggiare ebbero origine. Una cosa che dimentichiamo, e su cui dovremmo, serenamente, riflettere per non renderci ridicoli e pure per non passare per provinciali bigotti.

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