Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Ethos » Scrittura e vita » Risorgiamo dai sepolcri dell’ipocrisia

Risorgiamo dai sepolcri dell’ipocrisia

Risorgiamo dai sepolcri dell’ipocrisia
di Michele Santangelo

maxresdefaultNella chiesa antica di Roma, la quinta domenica di quaresima rappresentava il giorno del terzo ed ultimo scrutinio per coloro che erano stati designati a ricevere il sacramento del battesimo durante la veglia pasquale del sabato santo. Oggi, la Chiesa, attraverso la liturgia, vuole condurre i fedeli alla riscoperta del valore dell’inestimabile dono del battesimo, attraverso il quale è stato fatto dono della prima delle tre virtù teologali, la fede, che insieme alle altre due, speranza e carità, costituiscono l’ossatura del vero cristiano. In questo cammino che sicuramente in tanti hanno compiuto con sincerità siamo stati introdotti nel mistero della persona del Cristo attraverso tre suggestive identificazioni proposte  dall’evangelista Giovanni: Gesù-Acqua (III Domenica), Gesù-Luce (IV Domenica), Gesù-Vita (V Domenica).

Da un lato il ricordo e la presa di coscienza del sacramento della rinascita alla vita della grazia di Dio, con il conseguente impegno a rinnovarsi nello spirito e a comportarsi nella vita pratica come figli della Luce, dall’altro l’approfondimento mai completamente bastevole della conoscenza di Cristo Salvatore attraverso la lettura e la meditazione della Parola, avrebbero dovuto già consentire una rinnovata e sincera professione di fede insieme ai Samaritani: “Questi è veramente il salvatore del mondo” e insieme al cieco nato: “Io credo, Signore”. La liturgia di questa V Domenica di Quaresima invita i fedeli a compiere un ulteriore passo avanti nell’affinare la disponibilità dell’anima ad accogliere tutti i frutti spirituali della celebrazione della Pasqua attraverso la terza identificazione: Gesù-Vita. È una proposta, questa della Chiesa, che a prima vista sembra andare in controtendenza rispetto all’esperienza quotidiana che impressiona molto più per i tanti segni di morte sparsi sul cammino di ciascuno che non per i segnali di vita, forse perfino più numerosi e importanti dei primi, ma spesso relegati in secondo piano perché la drammaticità e la crudezza di quelli sono come una lente di ingrandimento della finitezza e della fragilità dell’essere umano. Tutto sembra concorrere a questo: il tempo che scorre inesorabilmente, i cicli delle stagioni e i ritmi della natura, gli incidenti stradali o sul lavoro, gli omicidi, i suicidi di quelli che sono stati travolti dalla disperazione – una statistica recente parla di 4500 suicidi, negli ultimi tre anni, di persone rimaste senza lavoro – le morti premature per malattie incurabili, le morti dei bambini, dei ragazzi ecc. L’enumerazione sarebbe sempre molto approssimata per difetto. La vita, insomma, sembra proprio un “essere per la morte”. E la Chiesa che fa? Propone alla comunità dei credenti di riflettere sull’episodio, raccontato dall’evangelista Giovanni, della risurrezione di Lazzaro. Vuole allontanare dalla mente l’ineluttabilità della morte, tanto, un giorno risorgeremo? Vuole convincere a non rattristarci per essa? Né l’una cosa, né l’altra.  Non vuole essere una risposta evasiva e consolatoria all’irrefrenabile e prepotente desiderio di vivere, né una intimistica consolazione per coloro che si rifiutano di confrontarsi con la realtà. Gesù stesso infatti  si sottopose alla morte, e a che morte! Né vuole insegnare che di fronte ad essa si deve far finta di niente, anzi. Marta e Maria piangono la morte del fratello, ma Gesù stesso piange la morte dell’amico, sconvolto per il dolore, ma ben cosciente che il Padre lo avrebbe ascoltato. Ma prima di dimostrare alle due donne la sua potenza come Figlio di Dio, Egli mostra loro e a tutti gli uomini la sua profonda umanità e se ne serve come veicolo per far arrivare fin nel profondo del cuore la sua rivelazione: “Io sono (fin da adesso) la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà… non morrà in eterno. Credi tu questo? E Marta: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”. Tutti sappiamo da Giovanni come andò a finire. Dopo la professione di fede ci fu il miracolo: “Lazzaro, vieni fuori” e l’amico tornò in vita a condividere con Marta e Maria l’amore per il suo Salvatore. Il miracolo condusse alla fede molti Giudei, ma spinse altri a decretarne la morte. I capi dei farisei non potevano sopportare che ci fosse qualcuno capace di infrangere il muro della morte e decretare il trionfo della vita. Gesù lo fece anche sulla sua persona: tre giorni dopo la sua morte Egli risorse. Ma nella sua risurrezione tutti i battezzati sono stati coinvolti e per vivere questo coinvolgimento non c’è bisogno di aspettare la risurrezione finale. Tutti i giorni Gesù vive insieme a noi e ci invita a risorgere, a venir fuori dai sepolcri dell’egoismo, della cattiveria, a dimostrare di essere capaci di vivere da risorti, di dare e ricevere amore attraverso la solidarietà con gli altri, senza rattrappirci nell’inerzia e nella passività della morte ancor prima di morire.

 

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3446

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto