Rivoluzione elettorale “all’italiana”

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Che qui da noi la rivoluzione ci dovesse toccare farla attraverso il più democratico, ma anche il più manovrabile, degli strumenti a disposizione del popolo, non sarebbe che la conferma del “paradosso italiano”. Sono in molti a chiamare quelle che ci attendono fra meno di un mese “le elezioni del cambiamento”; se riusciranno a esserlo, è da vedere. Ma non siamo pessimisti: c’è nell’aria questa voglia di cambiare e un po’ di spavento i politici italiani se lo sono preso. Intendiamoci: appena un singhiozzo, un momentaneo sgomento, mica vera paura che il popolo sia cresciuto e possa davvero dare impulso a quel rovesciamento di cui il paese ha bisogno come dell’aria che respiriamo. No, i politici, con il loro linguaggio, con le loro scelte, ci danno chiaramente a intendere che vogliono che tutto resti così com’è; che loro, di sicuro, se pure volessero, non possono cambiare. E, ci fanno anche chiaramente intendere, sanno che possono fidarsi di noi, che sono certi che noi ci cascheremo ancora, che basterà qualche promessa, qualche nuovo coup de théâtre, e sarà fatta anche stavolta. Non ci vuole poi molto, con noi italiani.

Ricordate? il sistema elettorale hanno giurato, dopo aver riso del relativo referendum che lo voleva abrogare, che lo avrebbero cambiato in Parlamento, dove le cose le si fanno sul serio, mica per ridere; e ci ritroviamo col più subdolo dei sistemi di votazione che, assai probabilmente, non permetterà alla maggioranza di governare, e consentirà alle minoranze (più d’una) di condizionare il processo di cambiamento che tutti, minoranze e maggioranze, hanno promesso.

Di gente “chiacchierata” a rappresentarci non se ne può più? E loro hanno chiesto ai loro meno presentabili perseguitati politici di fare un passo indietro –perché così ce li stanno presentando: come vittime dei veri corrotti che stanno nei tribunali o nelle redazioni dei giornali-, avendo pure la faccia tosta di spiegarci che, dopo questo bel ripulisti, ci avrebbero potuto prendere meglio per i fondelli.

Abbiamo chiesto a gran voce l’eliminazione dei privilegi e degli sprechi della casta? E ci hanno soffocato di tasse, di aumenti, di tagli che c’impediscono persino di pensare (di parlare comincia a mancarci la forza, e ad agire non ci pensiamo neppure).

E stiamo pure attenti a un altro fenomeno politico che avanza. A prendere il posto di qualcuno dei vecchi politici, pochi, che non ce la faranno, si stanno candidando, oltre che un buon numero di persone che hanno davvero voglia di fare qualcosa per la comunità, anche diversa gente che pensa che ora sia il loro turno di prendere un posto in Parlamento. Non ne conoscete voi di piccoli rappresentati di nuovi piccoli raggruppamenti e movimenti che hanno investito soldi per fittare sedi e mettere su una parvenza di azione politica? Si tratta spesso di gente che non mette due parole in fila, che, incapace di ogni seppur minima analisi politica, balbetta retorica più vecchia della vecchia politica dei traffichini, e che in quanto a rappresentanza sociale, latita non meno dei professionisti della cosa pubblica. Eppure sono lì, in lista, fotografati a braccetto con segretari di partito che non possono prendere distanza da chi porta loro qualche voto; quella manciata di voti che faccia pendere dalla loro parte il precario equilibrio su cui danza il teatrino della nostra politica. Non so se con le nuove elezioni il teatrino finirà, ma un novello avanspettacolo si è già insinuato fra le pieghe del nuovo che in Italia avanza con la stessa fatica di un naufrago nel deserto.

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