Dom. Lug 21st, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Roberta, il racconto di vita di una precaria triste

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Roberta si confessa a IConfronti: danno e beffa di una precaria triste
di Damocle

“Quasi quasi cambio mestiere” esordisce così e sorride (forse per non piangere) Roberta, una dei tanti precari della scuola italiana, che vorrebbe vedersi riconosciuta di fatto l’abilitazione all’insegnamento. “Studia, studia, mi dicevano i miei nonni, poi avrai un posto “sicuro”. Potessero vedermi adesso, mi direbbero di andare a zappare la terra”.
E sarebbe capace?
Beh, no! Forse l’unico mestiere che so fare è insegnare. L’ho imparato sul campo, con grande sacrificio, lontano da casa, con uno stipendio che bastava a coprire le spese.
Insomma, non è valsa la pena?
Questo non lo so. Ora sono molto stanca, forse darei una risposta falsata. Ma se dovessi pensare di tornare indietro, rifarei tutto daccapo. Supplenza dopo supplenza. Mi piace insegnare, è questo il mestiere che voglio fare, nonostante tutte le difficoltà.
Lei vanta un’esperienza sul campo. Cosa pensa dei Tfa?
Una beffa, l’ennesima presa in giro. Ma le sembra normale farci lavorare tutti gli anni – cambiando sede e classi, questo sì, ma lavorando sempre – per non riconoscerci mai il pieno diritto a farlo? Fossi una neolaureata, parteciperei anch’io con uno spirito anche entusiasta alle selezioni. Ma dopo otto anni di precariato no!
Vorrei una sede fissa, per poter organizzare al meglio il mio lavoro, portando avanti il discorso di un intero ciclo scolastico. Invece mi trovo ad entrare e uscire dalle classi e dalla vita dei ragazzi. Non si può considerare questo mestiere, non tenendo conto dell’aspetto umano.
Ma le conoscenze degli aspiranti docenti pure devono essere verificate in qualche modo. Non crede?
Per le nostre conoscenze acquisite, abbiamo conseguito una laurea. E, nel mio caso, tengo a specificare che nessuno mi ha mai regalato niente. Un Tfa non potrebbe  equiparare l’esperienza in classe. Mai.
Meglio un concorso?
Ha toccato una nota dolente della mia vita professionale. Finita l’Università, quando avevo solo esperienza in una scuola paritaria, ho partecipato all’ultimo concorso a cattedra, ma purtroppo non ho superato gli scritti. All’epoca ci rimasi male, ma mi consolai pensando, ottimisticamente o forse ingenuamente, che ne avrebbero bandito un altro e sarebbe andata bene. E invece quel concorso fu presentato come un evento epocale e così è stato.
Ma la sua vita non si è fermata a questa delusione, no?
No, né la vita professionale né quella privata. Mi sono data subito da fare con le supplenze e con le ripetizioni private.
Allora con lo stipendio copriva le spese e con le ripetizioni si pagava l’extra?
Lavorando fuori casa, dovendomi accollare il fitto e il costo dei viaggi, le ripetizioni mi sono servite eccome. Non lo nego. Ma già all’epoca erano molto scemate. Qualche generazione fa, fin quando c’erano gli esami di riparazione a settembre, i professori guadagnavano altri due stipendi, standosene comodamente a casa. Ora questo mercato è quasi fermo. Non solo perché gli esami di riparazione sono stati sostituiti dai più “soft” corsi di recupero. Ma anche perché nelle scuole ha preso piede la morbida politica del “non bocciare nessuno”. E allora perché studiare, magari pagando un docente per le lezioni private?
E la vita privata, diceva…?
Tra una supplenza e l’altra, ritornando il secondo anno di fila nella stessa scuola, ho incontrato il mio attuale marito. Il dramma della nostra famiglia, però, è duplice. Francesco, insegna altre materie, ma come me è precario. Ogni anno, attendiamo settembre con una nuova speranza, illudendoci che sia la volta della fantomatica immissione in ruolo. E ogni anno la stessa delusione. Meglio di un nostro collega, però, al quale avevamo comunicato l’assunzione a tempo indeterminato per poi revocargliela per errori di calcolo. Ma questa è un’altra storia. Tornando a noi, c’è da dire che non abbiamo figli, purtroppo, ma se ne avessimo che futuro potremmo garantire loro, visto che ormai ci siamo abituati a pensare da precari in tutto? La casa è in affitto, con tre traslochi all’attivo. Ogni anno una nuova sede di lavoro. L’unica cosa stabile è l’automobile, bella nuova. Su quella non abbiamo potuto risparmiare: ai precari toccano sempre le sedi più lontane. Meglio viaggiare in sicurezza.
Se è abituata a pensare da precaria può anche pensare sul serio di cambiare mestiere?
Ho l’hobby della musica, suono la chitarra. Magari prendo contatto con qualche gruppo che si esibisce nei locali. Hai visto mai che i miei nonni, guardandomi dall’alto, non dicano: “noi infatti ti dicevamo di studiare la chitarra”.
Sorride Roberta, senza perdere l’entusiasmo, fiduciosa. E chissà che questo non sia davvero l’anno “buono”.
(n.t.)

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