Roma Kaputt (mundi)

Roma Kaputt (mundi)
di Giuseppe Foscari *
Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari

Il sottile lembo di consonanti che divide caput da Kaputt può spiegare meglio di qualsiasi saggio di politologia la deriva della nostra Capitale, passata nella mente di tutti noi, e ancor più degli stranieri, da straordinario faro della civiltà, ancora studiato e apprezzato,  a sconquasso, rovina assoluta e totale smarrimento dei valori etici. Kaputt mundi è, invero, il titolo di un bel romanzo storico di Ben Pastor, ambientato nella Roma del 1944 nei cinque mesi dell’occupazione tedesca, in cui i romani si fecero apprezzare per aver nascosto e salvato decine e decine di ebrei, scrivendo una pagina importante nella storia della Resistenza italiana. Era facile giocare sulle parole per delineare il marcio della Capitale, che ha trovato il suo culmine nelle dimissioni annunciate ieri dal sindaco Marino.

Sono alquanto persuaso della sua complessiva buona fede, ma questo atto era diventato necessario, sul piano culturale e politico e va collocato in questo drammatico tempo storico. La vicenda di Mafia Capitale, il deterioramento che si era registrato con la giunta Alemanno per tutti gli intrecci affaristico-clientelari in essa emersi, il complessivo e strutturale radicamento di interessi illegali  che ha riguardato trasversalmente diversi partiti in un compromesso storico di disonestà da far accapponare la pelle, hanno inquinato in modo decisivo la buona politica romana, se mai ve n’è stata una in tempi moderni.
La goffa vicenda delle spese personali del primo cittadino non è la più grave di tutte le iatture capitate, ma è risultata l’ennesima prova di un sindaco che non sapeva degli affari mafiosi che s’intrecciavano nella gestione delle opere pubbliche e degli appalti romani, e che ha dato prova di costante incuria, di improvvisati pasticci per tamponare e di ingenui scontrini per dimostrare l’indimostrabile. Insomma, per quanto si voglia essere prudenti e assolverlo in quanto “brava persona” c’è un limite anche all’ingenuità, al non sapere, agli scontrini allegri e quant’altro. Certo, in politica chi si dimette lo fa per diverse ragioni: o come scatto d’orgoglio per porre fine a uno stillicidio di notizie, accuse più o meno fondate, come gesto nobile di chi non vuole mischiarsi con l’illegalità e intende mantenere una sua immagine di politico non corrotto. Può essere il frutto delle pressioni del o dei partiti di maggioranza al governo della città per provare a rintuzzare la prevedibilissima emorragia di voti che le elezioni susseguenti potrebbero portare. E può essere una furbata, come nel solco di una tradizione politica per la quale le dimissioni prima si minacciano, poi si danno, infine si ritirano, per avere nuovo potere contrattuale come sindaco e indurre alla ragione quanti lo hanno sfiduciato. E tutto questo non può che alimentare il distacco tra governanti e governati, portando all’astensionismo o al legittimo voto di protesta.
Sullo sfondo, ma ben evidente, le contraddizioni del PD, che in Parlamento salva dal carcere “pecorelle smarrite”, per usare un eufemismo, ossia parlamentari inquisiti e corrotti, mentre a Roma chiede la testa di Marino, non già per Mafia capitale, cosa di gravissima entità, ma per una storiella di scontrini. Questo non vuol dire solo aver perso il senso della misura, ma, se posso permettermi, non saper fare la politica.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

 

redazioneIconfronti

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