Roman Vlad: Ravello diventi polo musicale della Costiera

Roman Vlad: Ravello diventi polo musicale della Costiera
di Alfonso Liguori

Roman Vlad si “confessa” ad Alfonso Liguori e racconta a “iConfronti” il suo profondo disagio per una stagione artistica italiana condizionata, mai come ora, dalla politica e dalla incompetenza. Vlad evoca il suo periodo campano, quando a Ravello era lasciato libero dall’Ept di organizzare ogni cosa senza pagare alcun pedaggio ad una visione “artisticamente corretta”. Vlad cita il caso dell’Opera di Roma come metodo emblematico per costruire percorsi virtuosi: affidarsi a guide artistiche sicure, con basi e competenze solidissime, evitando improvvisazioni e dispendi inutili di risorse.

Maestro Vlad, qual è la sua opinione sull’attuale situazione culturale e musicale italiana?
Ci sono luci e ombre. Le ombre sono dettate dalla carenza di educazione musicale, che negli altri Paesi comincia alle elementari. Noi invece la deleghiamo ai Conservatori, pensando di dovere solo “scoprire” talenti, mente la musica fa bene allo spirito e alla formazione culturale del cittadino. Ci viene inoltre a mancare il pubblico di domani. L’azione dei media, poi, è altamente negativa, perché invece di innalzare il livello culturale della massa, lo abbassa. Le luci, invece, sono in operazioni come quella del Teatro dell’Opera di Roma che, coinvolgendo Riccardo Muti come direttore onorario a vita, è riuscito in ciò in cui anch’io avevo fallito 30 anni fa da Sovrintendente in quel teatro: creare un afflusso continuo ed un apprezzamento costante da parte del pubblico.
Lei è stato direttore artistico o sovrintendente di prestigiose istituzioni italiane, a Firenze, Torino, Roma, Milano. C’entra la politica nella gestione carente di quelle strutture?
C’entra troppo e da sempre. Ai miei tempi c’era un vero e proprio manuale Cencelli per la distribuzione delle cariche. Anche chi aveva grandi qualità, senza santi in paradiso, difficilmente raggiungeva il posto meritato. Oggi la situazione mi pare un po’ migliorata, ma davvero di poco.
La regione Campania, presenta due realtà completamente differenti: il San Carlo di Napoli che, dopo una profonda crisi e una lunga opera di risanamento, è tornato sui livelli che gli competono, e il Verdi di Salerno che riesce a riempire i suoi cartelloni di grandi nomi senza una vera attività di produzione o di formazione. Cosa dovrebbe cambiare in Campania?
Credo che siano situazioni da valutare entrambe comunque in positivo. Ciò che manca è la capacità di promuovere “azioni” mirate alla crescita culturale del pubblico e all’ampliamento della offerta. Non si può girare sempre intorno agli stessi repertori. Ci sono generi musicali che purtroppo restano troppo fuori dai nostri teatri, penso al Lied o alla musica da camera. La tecnologia, poi, diversamente da ciò che si crede non aiuta: un tempo si era costretti a fare musica in casa, oggi non lo fa più nessuno. Anche questo va a discapito della educazione musicale lasciando invece proliferare l’omologazione.
Ma le “guerre” tra teatri, cui spesso assistiamo sul nostro territorio, a chi possono giovare?
Finché sono “guerre” a nessuno, se sono competizioni sono le benvenute.
In generale, dei tanti fondi messi a disposizione, e spesi, sembra non restare nulla sul territorio.
Va detto che la programmazione è sempre delicata e difficile. Negli anni in cui ho diretto Ravello, la gestione era in mano solo all’Ente Provinciale del Turismo, che metteva i fondi e mi lasciava libertà di azione. Oggi veramente la politica è invadente, e troppo rilevanti sono divenuti certi interessi personali, come lo furono quelli di De Masi. È questo il motivo per cui si scatenano vere e proprie lotte interne che non lasciano lavorare serenamente chi ha le giuste competenze.
Ravello, ai miei tempi ma credo anche adesso, ha anche delle difficoltà di accesso, ma questo è anche il suo fascino. Penso da sempre che quel Festival dovrebbe divenire un polo di attrazione per tutto il territorio della Costiera, mettendo in sinergia le varie cittadine, da Salerno fino a Positano, in un unico lavoro congiunto, divenire un vero e proprio Festival della Costiera amalfitana. Ho cercato di farlo ai miei tempi, ma il solito zampino della politica, i singoli interessi locali non me lo hanno consentito.
Cosa c’era nel passato di buono e di sbagliato rispetto al presente?
È sempre una questione di sensibilità culturale. La globalizzazione porta inevitabilmente a un abbassamento del gusto. Penso che oggi più che mai abbia ragione Adorno, con la sua scuola di Francoforte, quando diceva che un artista, ma in questo caso anche un organizzatore, ha il diritto, ma anche il dovere di non seguire i gusti del pubblico. La commercializzazione ammazza tutto, a tutti i livelli, anche locali. Bisogna avere i fondi ed essere indipendenti. Ma qui si crea il circolo vizioso… Io spero che da questo degrado rinasca il desiderio di una élite, poiché solo questa può dettare o indicare il progresso. È tutto divenuto molto difficile, e nessuno di noi ha la sfera di cristallo per capire dove andrà il futuro.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *