Ronconi, il teatro come vita. Con tenacia e autoironia

Ronconi, il teatro come vita. Con tenacia e autoironia
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Un anno fa, circa (21 febbraio 2015), moriva Luca Ronconi al Policlinico di Milano, in seguito alle complicazioni di una polmonite. Già da alcuni anni era in dialisi e, nonostante ciò, aveva continuato a lavorare con la tenacia e l’energia di sempre. Ha prodotto spettacoli fino alla fine senza mai fermarsi. Il teatro era la sua vita da quando appena ventenne si era diplomato all’Accademia Statale “Silvio D’Amico” di Roma. Debuttò, appena ventenne, subito come attore, nel marzo del 1953, al teatro Valle di Roma nello spettacolo di Luigi Squarzina, “Tre quarti di luna”, al fianco di Vittorio Gasmann e Anna Proclemer. Nel ’54 debuttò ancora al Valle di Roma in “Candida” di George Bernard Shaw, diretto da Orazio Costa e, subito dopo, in “Lorenzaccio” insieme a Tino Buazzelli, Romolo Valli e Gorgio De Lullo, con la regia di Squarzina. Fece l’attore per una decina di anni sempre impegnato con attori e registi di prim’ordine. Nel 1963 con “La putta onorata” e “La buona moglie” di Goldoni esordì nella regia a capo di una compagnia di giovanissimi dal sicuro avvenire, Gian Maria Volonté, Carla Gravina, Corrado Pani e Ilaria Occhini. In quello spettacolo aveva riservato per sé anche il ruolo di Arlecchino. Da allora in poi, si dedicherà, fino alla fine, alla regia raggiungendo livelli altissimi per qualità ed inventiva. Ronconi è stato un regista severissimo ed estremamente rigoroso, talvolta finanche cinico, nel segnalare difetti e debolezze comportamentali negli attori più giovani che a lui, comunque, si affidavano sicuri di ottenere quel magistero unico e di rara esperienza. Nonostante avesse anche diretto l’Accademia e nel corso degli anni svezzato generazioni e generazioni d’attori, non voleva essere chiamato “maestro”. “Maestro è una denominazione in cui mi riconosco poco, e chi mi conosce un po’ può capire perché. Non mi piace, intanto, perché non è corretta: se c’è da insegnare qualcosa, mi rendo conto che non ho mai niente di preciso da insegnare. E poi l’appellativo maestro lo si usa volentieri in tono ironico: allora preferisco essere io il primo a fare dell’ironia su me stesso, e che mi conosce sa che lo faccio spesso. Se qualcosa posso comunicare è parte della mia esperienza, ma sarebbe difficile comunicarla in una sede diversa da quella che è la sua sede naturale, ovvero nel corso delle prove per uno spettacolo.” Ronconi sceglierà come sua famiglia gli attori e il teatro; lavorerà ossessivamente, lasciandoci centinaia di regie teatrali e liriche. Dirigendo istituzioni prestigiose e guidando esperienze laboratoriali ha segnato in modo originalissimo il nostro più recente passato teatrale. La sua eredità è un lascito prezioso per tutti coloro che hanno fatto del teatro la propria vita.

In copertina, il regista Luca Ronconi

redazioneIconfronti

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