Salerno celebra Kantor, uomo del nuovo teatro

Salerno celebra Kantor, uomo del nuovo teatro
Martedì 3 novembre si aprirà a Salerno la Settimana dedicata all’arte di Tadeusz  Kantor, organizzata da Oèdipus edizioni in collaborazione con l’Università di Salerno e la Rai. Qui di seguito l’anticipazione de Il Mattino, che il 5 agosto 2015 dedicò all’evento l’intera pagina della Cultura. Il programma completo su www.oedipus.it
di Andrea Manzi

12108134_166300077051571_5036379633273954592_nIl genio di Tadeusz Kantor sarà ricordato a Salerno dal 3 all’8 novembre prossimi, nell’ambito di una rassegna inserita nel programma generale dell’anno kantoriano (inaugurato il 6 aprile scorso e aperto sino al 6 aprile 2016), per un omaggio mondiale all’autore di uno dei più intensi affreschi collettivi dell’Europa del Novecento. A venticinque anni dalla sua scomparsa, ricorre infatti quest’anno il centenario della nascita del grande e inimitabile artista polacco.

Il rapporto tra quest’ultimo e Salerno risale al 1988, quando al Teatro A di Mercato S. Severino il costruttore delle più incredibili macchine teatrali del secolo scorso presentò “Crepino gli artisti” e, due anni dopo (pochi mesi prima della morte), presso il Cine-Teatro Capitol del capoluogo, “Qui non ci torno più”. Due presenze che hanno lasciato il segno tra gli studiosi dell’arte e del teatro: tant’è che già nel 2001, raccogliendo una sollecitazione e un invito di Franco G. Forte, Salerno, d’intesa con la città di Torino, volle ricordare l’artista totale, inventore di una personale forma di espressività a metà strada tra il teatro e le arti figurative. In quell’occasione, oltre a un confronto scientifico sul linguaggio di Kantor (che vide impegnati, tra gli altri, Lorenzo Mango, Achille Perilli, Roberto Tessari e Angelo Trimarco), sbarcarono in Campania i gemelli Waslaw e Leslaw Janicky, attori prediletti del maestro e interpreti di un sorprendente Beckett.

Kantor
Kantor

La settimana kantoriana del prossimo novembre, invece, non prevede personaggi e ambientazioni legati alle messinscene di Kantor ma incontri, seminari, proiezioni e spettacoli che vedranno alla ribalta gruppi liberamente ispirati alla sua poetica. Il progetto, firmato da Paola Bianchi, Franco G. Forte e Silvia Parlagreco, è stato realizzato con il supporto scientifico e operativo de “Lo stato delle cose”, rivista di pensiero critico e scritture, e delle cattedre di Antropologia culturale e Sociologia degli audiovisivi sperimentali dell’Università di Salerno.

Molto denso il programma, che si aprirà il 3 novembre con “J’accuse”, suggestiva installazione video di Paola Bianchi e Silvia Parlagreco, affiancata dalla riproduzione di file audio con la narrazione dei maggiori spettacoli di Kantor, fino all’ultima rappresentazione, “Oggi è il mio compleanno”, che debuttò a Tolosa nel 1991. Un’opera, quest’ultima, che indugiava su poeti e artisti dell’avanguardia traditi dalla rivoluzione e avversati e combattuti dal potere, in una drammatica carrellata di miti, speranze e utopie del nostro tempo. A seguire (5 novembre) il Progetto Brockenhaus e l’Associazione Sostya Palmizi presenteranno “Bruno”, spettacolo vincitore della XXII edizione del Festival internazionale di teatro di Lugano, ispirato allo scrittore polacco Bruno Schulz. Proprio da un suo racconto (“Il pensionato”) Kantor ideò e progettò il macabro valzer della “Classe morta”, la sua opera più densamente simbolica: alcuni vecchi moribondi tentano di recuperare la loro personale storia tornando sui banchi di scuola, portando sulle spalle i manichini della loro passata infanzia. Altre proposte della rassegna saranno “Outra Licao de anatomia”, performance di Daniel Moutinho sul quadro di Rembrandt “Lezione di anatomia” (produzione Coleccao B, Lisbona) e “Zero” (7 novembre), affidato ancora una volta alla creatività, alla coreografia e ai suoni di Paola Bianchi, in scena con Giuseppe Tordi per un omaggio ai corpi che hanno popolato il teatro kantoriano.

Nel fitto calendario di eventi sono previsti anche due workshop di sei giorni ciascuno, condotti, rispettivamente, da Ludmila Ryba, componente del Teatr Cricot 2 di Kantor e attrice di tutti i suoi spettacoli, e Roman Siwulak, pittore di fama internazionale e principale collaboratore del maestro polacco. Nel corso della settimana, infine, sarà inaugurata una mostra di foto inedite sulla rappresentazione de “La classe morta” al teatro La mama di New York e sarà presentata la prima biografia di Kantor in italiano.

Un percorso inedito e coraggioso, dunque, che tende al recupero del senso più profondo del racconto teatrale contemporaneo e che non a caso parte da Salerno, città all’avanguardia delle esperienze estetiche negli anni ’70 e ’80, frontiera dei linguaggi e delle forme più rinnovate di spettacolo. D’altra parte, la vita del grande artista polacco rappresentò proprio questo, «una lotta – la definì Giuseppe Bartolucci – contro l’impurità teatrale a favore della santità artistica».

Pubblichiamo qui di seguito un inedito su Kantor di Giuseppe Bartolucci, saggista e critico teatrale storico sostenitore dell’avanguardia teatrale. 

Diavolo perché portatore di magia
E angelo come testimone di poesia

di Giuseppe Bartolucci
Giuseppe Bartolucci
Giuseppe Bartolucci

Kantor ovvero dell’attitudine: Kantor si professa artista di avanguardia, in altre parole fa avanguardia per attitudine. Artisti di avanguardia si nasce infatti, o almeno si nasceva. Artista è più che teatrante, appartiene alla grande avventura dell’avanguardia, è artista chi ha scelto di compiere il salto, di pensare ed agire per opposizione, per rivolta. Kantor in tal modo si può definirlo l’ultimo dell’avanguardia, l’ultimo grande artista dell’avanguardia.
La grande avventura dell’avanguardia è avvenuta in nome della vita d’arte, e della scrittura artistica. Dire vita d’arte significa dedicare se stessi all’avventura, al viaggio dell’avanguardia. Dire scrittura artistica significa passare al di là della scrittura scenica, della scrittura drammaturgia. Kantor e la sua opera attraversano il teatro, lo perforano, da artista, da poeta, per ragioni d’arte e di vita.

Kantor, quel diavolo di Kantor, nei suoi spettacoli sta ai bordi della cornice, e con le dita nervose, e con lo sguardo acceso, ce li indica, ce li fa toccare, quasi che noi si debba entrare nel quadro, ad esserne presi, illuminati. Diavolo in quanto portatore di magia, diventa angelo in quanto testimone di poesia. Noi spettatori visionari dobbiamo passare attraverso quello sguardo per raggiungere l’opera. Dobbiamo anche noi rivestirci da santi e da demoni in nome suo e della sua opera. Siamo allora preda della nobiltà e della gloriosità della grande avventura dell’avanguardia del secolo. Kantor si fa erede ed è memoria e nutrimento della storia di questa avanguardia del secolo, ultimo testimone inarrivabile, ineccepibile. Alla fine dello spettacolo Kantor scompare di scena, si fa invisibile, è stato inghiottito dal quadro e la cornice non gli dà più appoggio.

La pagina artistica di Kantor vive nobilmente di eccesso, sovrabbonda di energia; si disegna nei particolari, oltre che estendersi nell’insieme, per respiro e per affresco ; così il suo montaggio è artistico più che drammaturgico, si fa prodotto, spettacolo non per predeterminazione ma per involontarietà, cioè per vocazione e non per esibizione. L’eccesso è dato da un senso barocco della vita più che da una volontà espressionistica; la sovrabbondanza è frutto di sanità più che di perdizione. Barocco e salute conducono a una magnificenza di morte, ossia a una devozione della morte più come tentazione di eternità che come presentimento della fine. La morte per Kantor è ovvia e ha un suo destino al tempo stesso, non elimina la vita né l’annebbia. Così la vita trionfa, si fa regina e spazia sul passato, impone il presente. Più ancora, la vita si fa premonizione del futuro; così Kantor può saggiamente pensare di essere eterno, di aspirare all’eternità. Tutto il suo lavoro sulla morte non è appunto che una aspirazione a vincerla, a domarla per eternità, per invisibilità. Diavolo e angelo, Kantor, illumina allora la sua opera di contemporaneità, per memoria, per nutrimento della tradizione dell’avanguardia e per trasporto; la sua è un’operazione di salvezza di ragione di vita, di attitudine appunto contemporanea. Dolorosamente vivo Kantor si circonda di arte per un senso sereno della disfatta e per un segreto convincimento di salvezza. O tutto o niente per Kantor diventa una disperata lotta contro l’impurità teatrale a favore della santità artistica. Glorioso alla maniera di Artaud sopravvive al crepuscolo del secolo, da solo, con pochi altri, su una specie di barricata bianca.

Gli attori di Kantor sono appunto artisti, e il loro farsi, apparire attori non li depriva della personalità e della individualità; essi stanno alla bacchetta di Kantor come strumentisti d’eccezione e come personaggi singolari. Questi attori eseguono per sé per lui le partiture degli spettacoli, delle opere con una rispondenza musicale sensibilissima e con una visione interiore straordinaria. Più artisti che attori, più strumentisti che interpreti circondano gli spettacoli, le opere di una trasparenza e di una concretezza ineccepibili e dense. Professionisti dell’arte costituiscono una compagnia di ventura, forti della loro scelta di fondo, in breve del loro vivere d’arte.

Dentro il quadro, dentro la cornice, formicola il disordine, si esalta la frenesia per necessità di rinnovamento della scena oltre che per urgenza di energia scenica. Questo formicolio del disordine non è effetto di frantumazione, di separazione drammaturgia ed interpretativa, ma oggetto totale di rivolta, di opposizione, rispetto alla storia dell’arte e della vita al tempo stesso; questa esaltazione dell’energia non è conseguenza di una perdita di controllo e di un eccesso di superficie quanto invece è una dimostrazione di respiro, di globalità, di durata. Così il disordine, la frenesia si compongono si figurano per destino e per trionfo, su stimolo di autenticità e su sollecitazione di realtà. La carica espressionistica di Kantor allora è come sublimata per oggettività di destino e per riappropriazione del reale; e la sua vena romantica si riscatta da qualsiasi tentazione decadente per aspirazione a segnare il tempo, a segnalare la storia; un po’ inquisitore, un po’ salvatore, Kantor non potendo piegare la storia a sé la espone pubblicamente al sole dell’arte; e quest’ultima non potendo privarsi della vita esce dal suo possibile isolamento per rivestirsi di gloriosità. Kantor ci lascia questo messaggio di fine secolo dalla barricata gloriosa dell’avanguardia storica. Surrealismo e costruttivismo, rivoluzione e trasformazione, gli si manifestano naturalmente come indicazioni di comportamento e di conoscenza. Così è come se avesse un doppio spessore, una doppia faccia, per i morti e per i vivi, per i conquistatori e per gli sperduti, sul limite estremo del secolo.

Vorremmo adesso ripercorrere i momenti segreti degli incontri con Kantor, quelli che ciascuno si è creato nel tempo, gli stessi con cui si è appreso a vivere artisticamente. Ma appunto essendo segreti essi tendono a sfuggire alla catalogazione, alla informazione. La voglia di stare attaccato all’opera, allo spettacolo, che è la stessa voglia di noi spettatori, noi critici, per trasgressione, per ossessione; la spavalderia di non fingersi giovani e vitali bensì l’offerta di un lavoro spregiudicatamente giovane e vitale, che è la stessa di noi spettatori, noi critici, su un materiale teatrale destinato a morire di colpo, su un linguaggio scenico destinato al macero irrimediabilmente; la timidezza, la scrupolosità di coltivare poche amicizie, scarse simpatie, in modo da non essere sorpresi ed afferrati dagli altri e di costituire implicitamente una affezione, un’intesa, nate da una comune vocazione trasgressiva, dalla contigua se non corrispondente aspirazione. Una società degli artisti insomma senza azioni, senza disfatte, da riparo e offesa al tempo stesso, una società di feroci amici e di implacabili estranei, per tentare l’eternità, l’invisibilità. O è troppo tutto ciò anche per Kantor e per quello che ci regala e ci lascia.

Kantor in questo crepuscolo del secolo coraggiosamente, direi implacabilmente, ci consegna un senso del racconto, del grande racconto, come forma di comunicazione scenica, come pratica di creatività artistica. La risposta alla tradizione come conservazione merita soltanto la stesura di un racconto, di un grande racconto. E al vuoto della fine di questo secolo non risponde con una rimozione catastrofica, o con una premonizione utopica, bensì con una consistenza del presente a dispetto e contro la sua generale inconsistenza oggi. Che egli affidi tutto ciò alla scrittura artistica è un gesto clamoroso e geniale da meritargli una forma di eternità come si è detto, una qualità profetica, soprattutto. Riempire il vuoto di questo senso della vita e dell’arte è una emozione, è una consolazione, che volentieri riconosciamo a Kantor.

[nota inedita dettata al Simposio di Bari 3-5 maggio 1986]

(da Il Mattino del 5 agosto 2015)

 

redazioneIconfronti

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