Salerno, del teatro non c’è più traccia

Salerno, del teatro non c’è più traccia
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Quando definisco comatoso lo stato del teatro salernitano, nessuno dovrebbe offendersi. È una questione che sopravanza l’esistente. Innanzitutto, una domanda: siamo proprio sicuri che quando parliamo di “Teatro” tutti hanno in mente la stessa cosa? Non credo. Cercherò di chiarire bene fra poco questo aspetto. Intanto, per tornare alla nostra città, se si prendono come riferimento i tanti teatri e gruppi che vi operano, si dovrebbe parlare di un suo vero e proprio nuovo “rinascimento”. Salerno come una piccola Atene del nuovo millennio. Se andiamo, però, ad esaminare meglio lo stato delle cose, la delusione non può che essere cocente. Da noi per esempio, a parte qualche esperienza limitata nel tempo e molto marginalizzata, il “teatro d’arte” è stato una chimera. Tutti, e dico tutti, operatori e politici, hanno quasi sempre preferito l’effimero, l’evento per ricevere un tornaconto immediato in visibilità e popolarità. Si è quasi sempre declinato un cabaret spurio e pervertito fatto più da barzellettieri che da artisti, una tradizione napoletana epigonale e senza maestri, una ricerca e sperimentazione più orecchiata che vissuta. Si sono privilegiati i grandi nomi televisivi e si è coltivata, al tempo stesso, una tradizione filodrammatica che pur avendo tante note positive ha finito per gravare pesantemente sulla città zavorrandola verso una deriva amatoriale ed inconcludente. Eppure esperienze di un certo valore si sono succedute in questi anni ma non sono riuscite ad imporsi. Ma, come dicevo sopra, questo non basta a giustificare il mio pessimismo. In realtà, la mia recente insoddisfazione è più profonda. L’esperienza del teatro di cui parlo e di cui ho nostalgia è il “Canto” delle sue origini prima che diventasse semplicemente “Discorso”, sono le qualità sciamaniche dei suoi artefici, sacerdoti di un necessario “spazio della differenza”, di un luogo dove la vita potesse essere completamente ripensata attraverso un dispendio non utilitaristico delle proprie energie, attuando una salutare “danza alla rovescia” ; un “urlo”, insomma, che rimettesse in questione il già noto, un “inventio” che s’allontanasse dall’adesione acritica dei conformistici modelli sociali. Di tutto questo, non sembra essere rimasta che qualche lieve traccia altrove; da noi, purtroppo, niente.

 

redazioneIconfronti

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