Salerno e l’informazione adorante

Salerno e l’informazione adorante
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La conferenza stampa senza domande (né risposte) del sindaco De Luca getta nuova opaca luce sulle rovine – culturali, oltre che etiche – della Salerno para-onirica di questo deludentissimo 2014. Lo sconcerto che deriva dalla nuova inurbana performance dell’inquilino del Palazzo di Città non aggiunge, per la verità, nulla alla costernazione che assale abitualmente quando ci s’imbatte nei suoi atteggiamenti e messaggi cafoneschi e censori. Ricchi si diventa, eleganti si nasce, sentenziò l’intellettualità francese di metà ottocento senza che quella verità sia stata mai scalfita dal secolo della scienza e dall’inizio del terzo millennio. La tragedia, però, non è il cattivo gusto di un re ormai in esilio nella nuova sinistra mass-mediatica di Matteo Renzi, quanto l’opportunità che a costui viene quotidianamente offerta di calpestare l’informazione senza che i suoi addetti avvertano la necessità (e l’orgoglio) di affermare la propria identità. Non si comprende, infatti, che senso abbia una censura di poche righe scritte per protocollo nel contesto di paginate intere di propaganda garantite al sindaco-satrapo e offerte ai sempre più esigui e sbigottiti lettori.

Non bisogna essere né colti né esperti per sapere che un incontro con l’informazione senza contraddittorio è un’iniziativa che esce fuori dalla cultura della notizia ed entra nell’area della comunicazione pubblica. Quest’ultima non presuppone l’attività di individuazione e selezione dei fatti notiziabili ed è per definizione autoreferenziale e ideata dal beneficiario che ne è autore e responsabile. Perciò va proposta con tanto di prenotazione di spazi e relativo pagamento. E il lettore va debitamente informato,  dalla testata, circa la formula prescelta: deve conoscere, in altri termini, che le affermazioni propostegli non sono mediate dall’attività giornalistica, quella che registra e certifica i messaggi. Nelle culture totalitarie e illiberali non esiste, invece, alcuna netta differenza tra informazione e comunicazione, perché non viene delimitato l’interesse del pubblico a ricevere informazioni né alcun dovere giornalistico di farlo al di fuori di condizionamenti anche indiretti. È contemplato, tra gli eredi di quelle culture, soltanto l’interesse del potere a poter raggiungere la ‘massa’, emozionandola e condizionandola, ma preservandole attentamente il suo ruolo succube e adorante.

Una conferenza stampa senza risposte alle domande non è un evento giornalistico e perciò va semplicemente ignorata. Se fosse calato il silenzio sull’iniziativa propagandistica dell’altra mattina, infatti, non staremmo qui a commentare un evento che rischia di contraddire, nella decadente Salerno di questi anni, i percorsi di democratizzazione che pure hanno attraversato negli ultimi decenni il mondo dei media. In questi casi un po’ di attenzione giornalistica – oggi virtù rara – eviterebbe a domestici del popolo di recitare il ruolo di dittatori e ne guadagnerebbe il decoro dell’informazione e della scena politica. Sarebbe una scelta conveniente, oltre che saggia. I lettori non pagano in contanti le notizie, diceva Lippman, ma le pagheranno con la fedeltà. E, stando agli indici di lettura apocalittici dei giornali a Salerno, c’è davvero da fermarsi a pensare, interrogandosi sulla sottesa tragedia della libertà oltre che sul dramma dei bilanci aziendali.

redazioneIconfronti

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