Salerno, i conti aperti della fulgida irrequietezza di Delbono

Salerno, i conti aperti della fulgida irrequietezza di Delbono
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

Se solo quelle signore impazienti avessero aspettato ancora qualche minuto non sarebbero uscite così sciaguratamente dalla sala del teatro Verdi, ieri sera. Dopo appena un quarto d’ora non hanno retto alla durezza dello spettacolo di Pippo Delbono, “Dopo la battaglia”, e sono scappate. Perché è successo questo? Il perché ce lo dice lo stesso Delbono – da perfetto demiurgo contemporaneo fa svolgere lo spettacolo davanti ai nostri occhi dando disposizioni agli attori e ai tecnici – entrando a gamba tesa nell’attenzione partecipe della sala ci riferisce ciò che sua madre (amatissima) gli rimproverava e cioè, di fare spettacoli troppo duri in cui, molto spesso, non ci si capiva assolutamente nulla. A quel punto, Delbono mette tra parentesi lo spettacolo ed esplicita la sua poetica avanguardista: “(…) perché a teatro si dovrebbe capire qualcosa se nella vita che ci circonda è da un bel po’ che non si ci capisce nulla?”. Lo stesso avviene per l’arte astratta. Come può il pittore ritrarre paesaggi e/o volti come nella tradizione se lo sguardo contemporaneo s’è ormai fatto labirintico e/o afasico? Il pittore non potrà che procedere facendo raffinati “scribilli” o, tutto al più, colto da feconda amnesia, restare inerte e lasciare bianca la tela o, al massimo, produrre su di essa qualche taglio. Ma dopo questa riflessione, ecco che il nostro demiurgo fa un passo indietro e rammaricandosi quasi della sua maleducata durezza, in ossequio all’amatissima madre e, forse, anche di quelle signore che avevano poco prima abbandonato la sala, con la complicità dei suoi seducenti attori comincia a costruire davanti ai nostri occhi uno spettacolo di folgorante forza e bellezza estetica. Conturbante, certo, e finanche divertente, a tratti. Il contenuto è restato contestativo e antagonista rispetto ad una realtà che non gli piace e non condivide, ma, al tempo stesso, il regista ha ammorbidito il suo dolore, pubblico e privato, immergendolo in un mare di musica (Verdi su tutti), registrata e dal vivo, che ci ha accarezzato e finito per stordirci. Ecco, allora, il punto. Il primo quarto d’ora è stato d’una oggettiva potenza, sia nel suo atto d’accusa contro le istituzioni che stanno dando un colpo mortale alla cultura, sia nel tracciare un interessantissimo itinerario-montaggio sull’insensatezza del vivere dentro il carcere ( anche la scena vi rinvia esplicitamente) della nostra vita alienata e post-capitalistica. Qui, si procede per quadri staccati e stranianti (anche spezzoni filmati) montati in modo irriguardoso rispetto alla logica e alla sintassi tradizionale. Poi, secondo me, inaspettatamente tutto, virando, è precipitato verso un vecchio modo di fare teatro. Lo dico con rammarico, perché ritengo Delbono uno tra i pochi, in questi primi anni del nuovo millennio, a tentare di ridare forza al teatro dopo l’inevitabile crisi sia drammaturgica sia più propriamente scenica che lo ha interessato a partire dalla seconda metà del novecento. Infatti, da lì in avanti, seppure non cambia il contenuto, il tutto si fa più confuso, labirintico. Lo spettacolo è diventato una indistinta nebulosa post-moderna e manierista dove si sono evocati, diversi, troppi, e per certi versi anche lontani poeti “maledetti”: si è passati, insomma, troppo disinvoltamente da Artaud, alla Merini, da Pasolini a Kafka a Rilke ecc … . Davvero, troppo. Lo spettacolo da quel momento è diventato un’onda emotiva di grande potenza che ci ha tolto il fiato ma anche, e questo è peggio secondo me, l’oggettività critica. “  (…) Un teatro espanso, tracciato di corpi e testi, di forme del dire e del rappresentare, di toni che nella musica e nella danza si fanno azioni, verbo incarnato di attori, in un teatro che si fa carne del suo tempo, del nostro tempo”. Così, Delbono nel programma di sala. Sarà per questo, forse, che il leggero mal di testa che avevo entrando in teatro, ben presto, è diventato insopportabile. Appena a casa ho preso una pasticca, ma nulla. Ho fin’anche vomitato. A quel punto, mi sono chiesto, non sarà mica stato per l’effetto catartico che lo spettacolo ha avuto su di me? Forse, Aristotele scacciato dalla porta è rientrato dalla finestra. Ma questo, credo, importi poco ai nostri pochissimi lettori …

P.S. Comunque, nonostante tutto,viva Delbono e la sua fulgida irrequietezza.

redazioneIconfronti

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