Salerno, il compromesso di Enzo Napoli come un autogol

Salerno, il compromesso di Enzo Napoli come un autogol
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La politica culturale di una città corre gli stessi rischi del sistema istituzionale da cui origina. Se quest’ultimo implode anche la prima annaspa. Il sindaco di Salerno Enzo Napoli è riuscito a rendere plasticamente l’idea di questo percorso inquieto e sgomento, oltre che imbarazzante, dell’istituzione locale, a proposito dello spettacolo dal titolo ingenuo, docile e accattivante “Fa’afafine”, patrocinato e finanziato dal Comune e inizialmente destinato anche ai bambini delle scuole salernitane, nell’ambito della rassegna Primi Applausi. L’ipotesi di una rappresentazione che evocasse una complessa e controversa riflessione di genere (definita, perciò, icasticamente “pro gender”) ha scatenato le prevedibili proteste di un’area molto vasta della città, legata alle più salde tradizioni cattoliche e comunque non in sintonia con una recita innervata su un tema di frontiera della nostra contemporaneità. E qui il sindaco è responsabile di aver “imposto” un’iniziativa non aderente né al sentire della maggioranza che guida né delle forze di opposizione, né tanto meno della città, riuscendo a registrare dissensi speculari e crescenti nel palazzo e tra la gente, realtà che dovrebbero compensarsi e integrarsi, fornendo della democrazia e del potere una cifra condivisa. Invece, non c’è stato nessun dibattito in commissione ed è mancato un preventivo confronto politico rispetto a una proposta che indicava con chiarezza un’elaborazione teatrale ostica e divisoria. Sono due “peccati” in uno ed è francamente un po’ troppo per un primo cittadino (sia pure facente funzione) apparso, in questa circostanza, disgiunto dal sentire istituzionale, orfano dalla simpatia sociale e nemmeno del tutto in linea con la sua parte politica che dovrebbe sostenerlo all’interno e legittimarlo all’esterno.

Fin qui, la critica verso Enzo Napoli potrebbe essere mitigata dalla mancanza di un modello e di una politica culturale del consesso civico che presiede. Limiti addossabili non soltanto a lui, ci mancherebbe. Per alcuni decenni, infatti, non è stata garantita una riflessione ampia sul futuro di Salerno, quindi anche relativa ai campi della cultura e dello spettacolo. Napoli è l’erede di una visione oligarchica del potere, che ha temuto le presenze culturalmente incontrollabili e non ha investito nell’ammodernamento degli stili e delle condizioni di operatività, lasciando spesso il campo a un miniceto gestore, nel quale in pochissimi hanno provveduto alle politiche immateriali talvolta con la lungimiranza dei commessi di palazzo. Il capo dell’amministrazione, per “Fa’afafine”, avrebbe dovuto affermare una discontinuità con il passato di questi metodi. Ammesso l’errore, poteva rimodulare la proposta, integrandola con più adeguati emendamenti e soprattutto motivandola con convincenti argomentazioni. Invece ha impedito soltanto che i bambini assistessero allo spettacolo, riprogrammandolo in orario diverso, e siglando di fatto una transazione su un terreno di valori, campo che non dovrebbe ammettere né integralismi né compromessi. Quando si tratta su questi piani, è sempre in agguato il moralismo deteriore con i suoi esiti a cascata. E così il sindaco Napoli che cosa fa? Concede la sede di rappresentanza del Comune per i lavori di un convegno del comitato “Difendiamo i nostri figli” (disponibilità peraltro garantita a chiunque ne faccia richiesta), ma subordinando la concessione del patrocinio “all’organizzazione di un confronto dialettico e addirittura antagonistico tra varie posizioni”. Ancora un altro errore, che difficilmente la politica gli perdonerà. Alla prima iniziativa, controcorrente e pedagogicamente ardita, si concede patrocinio, finanziamento e vetrina. Per la seconda, di impianto “riparatorio”, si subordina tale concessione ad un pubblico contraddittorio, forse per le pressioni di consulenti irragionevoli e molto di parte.

Con la crisi dei modelli culturali si era pensato che i mediatori della trasformazione collettiva, in assenza di maitres à penser, potessero essere gli uomini-guida di istituzioni finalmente rinnovate. Non sempre, però, è così. E questa vicenda lo dimostra. Alcuni delicatissimi compiti presuppongono, infatti, addetti in grado di elaborare un pensiero e una politica condivisi. Un’impresa, a quanto pare, molto ardua e non congeniale a tutti.

(da Il Mattino del 24 dicembre 2015)

In copertina, il sindaco di Salerno Enzo Napoli

redazioneIconfronti

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