Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

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Salerno / Il patrono, il vescovo e un potere ormai sfinito

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di Andrea Manzi
di Andrea Manzi
L'ex sindaco di Salerno Vincenzo Giordano
L’ex sindaco di Salerno Vincenzo Giordano

Ieri pomeriggio – 35 gradi, liquida controra ferragostana – infuriava su facebook un serioso dibattito sulle processioni e sugli inchini. Non i cortei calabro-clerico-mafiosi di Oppido Mamertina e dintorni, ma quello sussiegoso che, a Salerno, anziché esaltare la gloria di Dio e suscitare la pietà dei fedeli, ha ripiegato da qualche decennio, ogni 21 settembre, sull’idolatria, proponendo l’adorazione di un simulacro vivente modesto e molto poco santo. I post commentavano una misurata e serena lettera di Pietro Ravallese ai portatori delle statue, trascinati in una forte polemica dopo l’annuncio del vescovo Luigi Moretti di iniziative tese a restituire alla processione di San Matteo, dopo anni di goffa spettacolarizzazione, la sobrietà indispensabile per poter mettere in pubblico il sacro. Ad un certo punto, evidentemente per troncare il discorso con l’affermazione di una verità apodittica, è entrato in campo un personaggio che è un quadro organico della Nouvelle Philosophie Deluchiana (Npd). La Npd, detto per inciso, è una corrente di pensiero debole, che pratica impunemente, quando ne ha bisogno, il contrabbando ideologico. Può dire tutto e il suo contrario: le fedeli turbe applaudono comunque e fanno l’inchino. Talvolta nella Npd si usa indossare l’abito curiale del dire sentenzioso, e il messaggio passa ancor prima, senza obiezioni. Così il personaggio/quadro di cui sopra ha postato il suo aforisma: “La processione NON È un rito sacro”. Con il “non è” scritto con lettere maiuscole. A buon intenditor… C’è voluto don Alfonso D’Alessio, teologo e giornalista, per dire chiaro e tondo al profeta culturalmente molto disarmato della Npd che “la processione è un rito sacro” e che “il cristianesimo ne ha mantenuto l’uso già presente sia presso gli ebrei sia presso i pagani per esaltare la gloria di Dio e per suscitare la pietà collettiva dei fedeli”. E siccome un prete colto, in genere, non spara sentenze come gli addetti di palazzo ma articola tesi, la precisazione terminologica di don Alfonso ha scelto ulteriori argomentazioni, tratte dalla civiltà aperta dell’enciclopedia (Treccani). La processione? “Rito liturgico che nel cristianesimo e in altre religioni, anche dell’antichità, ha funzione espiatoria o propiziatoria o costituisce quasi un corteggio che accompagna un simbolo sacro”.
Nessuna possibilità, dunque, di riabilitare la boutade gettata nella rete senza pudore e con ruvida altezzosità. Quando si dice il pudore! E già, il problema è proprio questo, la mancanza di scuorno che rende ancora più intollerabile l’improvvida scelta degli argomenti. Nel tempo dell’autunnale malinconia dei loro patriarchi, tutti i sistemi leaderistici si trasformano, è vero, in macchine autoreferenti alla cui guida siedono autisti dal percorso obbligato, menti unidirezionali, diligenti spiriti sopiti. L’infortunio di ieri pomeriggio è la spia della difficoltà che vive il regime salernitano, dopo più di vent’anni di alterne stagioni. Non c’è più ombra di operatori culturali autorevoli (tutti fuggiti o, negli anni, inabissati), non s’intravedono prospettive verosimili per la città stremata da una crisi profonda, le uniche ipotesi di futuro sono riassunte dalle ambizioni politiche personali e familiari del leader, zero progetti strategici che si facciano carico della mutazione globale di una città mediterranea. Per questi motivi, evidentemente, ci si affida alla teosofia d’accatto, alla difesa di una simbologia simil-religiosa scadente senza la quale questo regime rischierebbe l’opacità o addirittura la morte. Lo immaginereste un deluchismo dal confronto democratico, garante dell’avversario-concorrente, pronto a riconoscere l’autonomia di un’altra chiesa (quella apostolica romana)? Perciò, gli uomini della Npd tendono a ridurre il tasso di sacralità della processione stessa per attenuarne la costante violazione. Come se, non potendo negare un delitto, si ripiegasse sulla derubricazione del reato. Gioco da avvocati, questo. Se lo stesso gioco si conduce, però, sul terreno devozionale i rischi sono alti perché la città si spacca su questioni demandate ad autorità riconosciute, peraltro finalmente autonome dalla politica e non più ambigue come talvolta pure è accaduto in passato.
Nel Mezzogiorno il comportamento della chiesa è stato spesso legittimante per i mafiosi. Si scomunicavano comunisti, liberali, massoni, giammai i criminali. Da qualche anno, però, sono sempre più frequenti le prese di distanza dei vescovi dalla religiosità superstiziosa o annacquata. Si aspetta dunque con fiducia la ricaduta locale di questo nuovo corso. Monsignor Moretti vada avanti e sfrondi dalla tradizione della fede e del sacro l’adorazione del profano/mondano. I tempi sono maturi per una svolta, ma non sarà facile agire in tale direzione perché il potere a Salerno sa gestire le masse, speculando sulla fragilità culturale dei singoli. È la strategia di un regime che ha dissimulato per esistere e simula per essere. La prova? L’arcivescovo potrà trarla da una trasmissione del 2005, mandata in onda da Telecolore. Si parlava della processione di San Matteo e, in studio, c’era Vincenzo Giordano, amato sindaco di una stagione lontana eppure molto vicina. Giordano ribadì di non aver partecipato mai alla manifestazione religiosa del 21 settembre perché ateo ma rispettoso di un momento di spiritualità che chi crede deve poter vivere con la libertà della fede, al riparo da ogni artificiosa condivisione pubblica. Nel rievocare i rapporti con la chiesa, Giordano si chiese il perché del comportamento contrario di Vincenzo De Luca, chiamato, con una nota di sfumato e ilare biasimo, “il mio vice sindaco di allora”. “È ateo come me”, disse Giordano, “non capisco perché se ne vada in giro, nel giorno di San Matteo, con i santi dei quali non è mai stato amico”. E giù aneddoti sulla “intollerante” laicità dell’attuale sindaco di Salerno. In questa diversità risiedono due stili di uomini e due codici politici. In quest’antinomia evocata dall’ex sindaco socialista degli anni 80 vi è lo scontro, mai risolto, tra una sinistra liberale di progetto e una sinistra illiberale di potere, tra il coraggio della diversità e della sfida e l’untuosa ricerca di falsi punti di consonanza, al fine di contrabbandare verità inesistenti per la sola utilità del contingente.

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