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Salerno, la città incompiuta

Salerno, la città incompiuta
di Silvia Siniscalchi
Il centro storico di Salerno oggi

Il centro storico di Salerno oggi.

Salerno, “città europea e del turismo”, è il leitmotiv di una politica di marketing territoriale iniziata oltre vent’anni fa e iconicamente rappresentata da una “S” ideata da Massimo Vignelli nel 2011. Al di là delle polemiche a suo tempo suscitate, il fatto che questo brand c’entri assai poco con Salerno è indicativo di un rilevante particolare: il genius loci della città vive in un altrove non ben identificato e che persino un designer di fama internazionale come Vignelli non è riuscito a individuare. Siamo insomma molto lontani dalla mirabile sintesi poetica della Salerno “rima d’inverno” e “d’eterno”, con cui Alfonso Gatto pensava alla sua città, vedendola, per alcuni aspetti, saldamente e pericolosamente ancorata all’immobilismo autoreferenziale.
Qualche cambiamento, però, negli ultimi anni è sopravvenuto: al di là delle critiche, detrazioni o lodi esagerate, il processo di riqualificazione urbana ha prodotto degli effetti misurabili. Residenti a parte, il centro storico di Salerno pullula sempre più di turisti, spesso stranieri, in giro tra botteghe, locali, pub, bar, trattorie e ristoranti di ogni tipo, gemmati intorno al decumano di via Tasso e ai vicoli della città medievale. La trasformazione (in parte già prefigurata nel “Piano Particolareggiato del Centro Storico” della fine degli anni ‘60) è partita, come noto, negli anni Novanta, quando i ceti popolari che abitavano nei palazzi degradati dei quartieri storici sono stati progressivamente dislocati altrove (in particolare nel rione Mariconda), lasciando il posto ai lavori di ristrutturazione dei borghesi benestanti, che vi si sono trasferiti. Si è trattato di un tipico processo di “gentrification”, per usare il termine coniato dalla sociologa inglese Ruth Glass a metà degli anni ‘60 del XX secolo (derivante dal vocabolo “gentry”: la piccola nobiltà anglosassone), esplicitamente favorito a Salerno da politiche urbanistiche mirate.
Nell’idea di progettisti del calibro di Oriol Bohigas e Albert Puigdomenech (curatori del PUC 2005), le trasformazioni della città si fondavano sul presupposto che l’organizzazione dello spazio urbano, producendo effetti sulla weltanschauung dei suoi abitanti e della popolazione tout court, debba puntare ad armonizzarne le diverse componenti, innanzitutto a partire da una “monumentalizzazione” della periferia e una “igienizzazione” del centro. A Salerno la prima parte di questo progetto sembra soffrire in effetti di qualche equivoco, essendosi la monumentalizzazione tradotta in una sorta di bulimia dell’edilizia, con cementificazioni costanti ed eccedenti rispetto al numero di residenti in città (134.850, nell’ultimo censimento ISTAT).

Vincenzo Avagliano foto B&N anni '60 scattate a Salerno centro storico.

Il centro storico di Salerno negli anni ’60 del XX secolo (foto: Vincenzo Avagliano).

La seconda parte, invece, sembra compiuta: se ne trova traccia in questa sorta di mutazione “genetica” che ha trasformato le stradine buie e maleodoranti di un tempo in luoghi di cultura, turismo, shopping e ‘movida’ (ma con relativa congestione del traffico, mancanza di parcheggi e confusione generale permanente). Le “luci d’artista” sembrano poi quasi avere dato forma all’idea del milieu salernitano, ossia alla valorizzazione del territorio intesa in senso “glocale”, secondo le ricette dei profeti della (buona) globalizzazione. Ma, di nuovo, nello sfavillio di luci, colori e vetrine diventa difficile capire dove si trovi il Genius Loci di Salerno e in quali immagini si nasconda, soprattutto a fronte dell’appiattimento culturale della città, poco generosa nei confronti dei suoi talenti più autentici e disponibile, invece, ad accogliere la riproposizione di ricette consunte o desuete che non turbino abitudini ed equilibri radicati.
Non si può d’altra parte negare l’irrilevanza plurisecolare di Salerno: i viaggiatori del Grand Tour la consideravano poco più che un punto di passaggio verso gli scavi di Paestum o la costiera amalfitana, sebbene vi trascorressero qualche giorno, come si apprende dai nomi di alcuni alberghi (Hotel d’Inghilterra, Hotel Vittoria, sulla marina). E nemmeno si può negare che qualcosa oggi sia cambiato, se non altro dal punto di vista della notorietà della città in ambito nazionale e, forse, internazionale. Ma è anche vero che molti viaggiatori del passato avevano ben presenti quali fossero i topoi di Salerno, ossia i luoghi della sua “narrazione” letteraria. Nelle pagine del diario di viaggio di Arthur John Strutt (1839), per esempio, vengono citati con chiarezza i tre luoghi più celebri: il castello di Arechi, il porto, la cattedrale di S. Matteo. Potremmo aggiungervi l’acquedotto (“i ponti del diavolo”) e la Scuola Medica Salernitana. Topoi che hanno connotato la storia della Salerno medievale e che, dal punto di vista identitario, la connotano tuttora, ma che si confondono, troppo spesso, con le luci, le vetrine e le posate di una città che sembra avere ‘orecchiato’, ma non ancora compreso e realmente imboccato, la strada del rinnovamento, misurandosi con le autentiche sfide della contemporaneità.

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