Salerno, le troppe promesse tradite del teatro sperimentale

di Roberto Lombardi

Fondazione Salerno Contemporanea Teatro Stabile d’Innovazione: una scommessa che aveva lanciato sul tavolo una posta assai alta; avrebbe dovuto far saltare il banco della cultura salernitana e del botto avrebbero dovuto sentire l’eco fino a Cannes, Bilbao, e Salisburgo, e fino a Edimburgo. Cos’è stato, nel frattempo, dell’appuntamento clou della stagione, quello con Peter Greenaway e della relativa installazione che avrebbe dovuto trovare spazio nell’Altoforno della struttura: non è stato forse troppo e troppo a lungo sbandierato? E il Ferdinando di Ruccello per la regia di Arturo Cirillo? Lo vedremo forse a marzo. E cosa resta dell’incontro dibattito “Il corpo della lingua”, sul teatro dell’autore campano oggetto della retrospettiva salernitana? In tre mesi abbiamo assistito a due spettacoli, quello con la bravissima Maria Paiato e il dittico targato Carlo Cecchi. Cos’è accaduto per ridimensionare così drasticamente un progetto così altisonante? C’è un’abitudine nostrana, soprattutto nel mondo della politica, di far di promesse roboanti, fatti solidi (“già fatti”, verrebbe da dire, ma assolutamente “indolor”). A noi sembra che certe formule, ormai un po’ trite, di una Salerno europea, concentrato internazionale di eccellenze, suonino troppo simili ai “Ghe pensi mi”, a quel “risolto alla milanese” di berlusconiana memoria. E su quanto il linguaggio di troppi politici si sia andato fortemente berlusconizzando, ci sarebbe da dilungarsi. Chi vuole realizzare un progetto culturale di ampio respiro nella nostra città dovrebbe invece, più concretamente, tenere conto di due cose. La prima è che Salerno europea lo è stata davvero, al di là di semplici proclami. Lo era quando dal cuore produttivo del paese, da quella Milano da bere, e dal suo più illustre termometro, il quotidiano Il Sole 24 Ore, si parlava di Salerno come del comune che spendeva di più e meglio in fatto di cultura in Italia. Erano gli anni del Salerno Festival, una delle realtà musicali più importanti ascoltate in quel periodo in Europa (gli apprezzamenti non sono solo i miei, ovvio); Roman Vlad veniva a Salerno, nel nostro Duomo, per ascoltare i Tallis Scholars, l’integrale di Bruckner, il Rake’s Progress di Stravinsky su libretto di Auden, forse una delle pagine più importanti di tutto il ‘900 e che due anni dopo la proposta salernitana, inaugurò la Biennale di Venezia. Quando il Salerno Festival chiuse, proprio dalle pagine del Domenicale, Armando Torno, il creatore di quella portentosa avventura giornalistica e culturale, tuonò contro l’insipienza della curia e della politica salernitane che si erano fatte scappare un tale gioiello. Erano, quelli, anche gli anni della Salerno legata a doppio mandato alla poesia con le Nuove Letture Internazionali, manifestazione per la quale passarono, fra le altre, quelle che sarebbero diventate le voci più importanti della poesia dell’area medio orientale. E poi ospiti prestigiosissimi: conoscemmo, durante quella manifestazione, Jaqueline Risset, poetessa, critica, traduttrice di Dante in francese. Erano gli anni in cui, per una curiosa contingenza, mai più ripetutasi, qualcuno aveva portato a Salerno, nell’ordine, Lebreton, Lindsay Kemp, Peter Brook, i Mummenschanz, i Momix, Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée. E Salerno è ancora capace di qualche acuto; nelle scorse stagioni il Teatro Verdi ha ospitato la London Symphony Orchestra che ci ha fatto ascoltare un’altra opera di Stravinsky raramente eseguita: Jeu de cartes, anche quella scritta in perfetto stile neoclassico. Ecco la Salerno che deve avere in mente chi voglia riportare questo comune a quei livelli. Ma, lo riconosciamo, il compito non è facile, perché negli anni, purtroppo, molte cose sono cambiate. Anche il progetto che più di venti anni fa aveva portato l’amministrazione cittadina a scommettere che recuperando gli spazi si sarebbero recuperate le funzioni, soprattutto quelle culturali, non si è avverato, contribuendo ad aumentare il ritardo. Oggi Salerno ha più spazi per la cultura, ma non ha maggiore cultura di quando era carente di luoghi idonei ad ospitarla. Ed è questo il secondo aspetto di cui, chi sta progettando arterie culturali in città, deve tenere conto. Perché intanto il palato di telespettatori prima, e di spettatori poi e fruitori si è andato guastando. Alla luce di ciò comprendiamo come la proposta più “contemporanea” che si sia riusciti a formulare per Salerno è una retrospettiva su Ruccello. E non tentiamo un gioco al ribasso perché pensiamo che Ruccello non sia autore di tutto rispetto, anzi di altissimo profilo, ma perché il suo teatro a Salerno ha avuto negli anni molto spazio e attenzione, ed anzi abbiamo visto spettacoli, felicissimi, direttamente filiati dalla scrittura ruccelliana a cura di registi e gruppi salernitani. Ma forse, chi ha allestito la stagione dell’area ex Salid, si è voluto prudentemente mantenere in bilico fra una prosa più rassicurante e un timido tentativo di affacciarsi sui nuovi approdi della drammaturgia contemporanea, non fidando che avrebbe richiamato pubblico con proposte più decisamente contemporanee. Eppure il teatro, dopo la prima di Anna Cappelli, è rimasto pressoché vuoto lo stesso. Mentre, quando Lenz Rifrazioni o Antonio Rezza propongono spettacoli a Salerno, il pubblico sa rispondere. Forse si poteva avere più coraggio, perché certi esperimenti hanno più possibilità di riuscita in una città di provincia che non in una metropoli; le grandi città sono spesso disincantate, non hanno più fame da saziare né follia da spendere. Se invece l’amministrazione locale, come si vanta di aver fatto, si è incamminata in un progetto folle per dare lustro alla città, beh, non vorremmo che questa follia sembrasse più simile a quella di chi si crede Napoleone.

2 pensieri riguardo “Salerno, le troppe promesse tradite del teatro sperimentale

  • 7 Novembre 2012 in 09:21
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    Nella programmazione c’è ancora una data saltata. Il 6 ottobre era prevista una rappresentazione delle Cinque rose di Jennifer. Ora, o la data era sbagliata sul programma o si è trattato dell’ennesimo rinvio.
    Comunque sia ancora una spiacevole confusione.

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  • 6 Novembre 2012 in 23:13
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    Non mi intendo di Teatro di Innovazione, ma trovo interessantissimo l’intervento di Roberto Lombardi, perché, ai di là dei nomi fatti che richiedono competenza per pronunciarsi, mi convince e funziona il ragionamento, in grado di persuadere chi si avvicina a orizzonti culturali che – diciamo la verità – sono ancora per una élite di intellettuali (o di amanti del Teatro sperimentale). Lombardi convince soprattutto – a mio parere – perché ad ogni affermazione fa seguire un esempio. E questo è un metodo “democratico”, perché mette tutti (o quasi) in grado di capire qual è la critica e predisporsi – se ha argomenti – per la replica. L’esatto contrario – ahimè – di quanto da tempo avviene in questa città, in cui – come rilevava Lombardi – alle grandi enunciazioni e proclami seguono fatti di consistenza piuttosto modesti. E – com’è prassi – non esiste né critica né tanto meno repliche. E allora grazie, Lombardi per lo stimolo a un libero confronto di idee. Quando ci sono, s’intende.

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