Salerno, per il caso Filtrona e il palazzo si muova

di Pietro Ravallese

filtrQuando i sindacati si siedono ad un tavolo di trattativa gli viene chiesto sempre responsabilità e creatività. Dalla congiunzione di questi due atteggiamenti sono nati accordi che hanno consentito di salvaguardare aziende e posti di lavoro. La situazione nonostante tutta la responsabilità e la creatività esercitata non cambia. La ricetta degli industriali risuona come un mantra. I piani industriali sono infarciti di tagli e le aziende quadrano i conti vendendo immobili, disimpegnandosi in partecipazioni, dismettendo, delocalizzando ed esternalizzando.

Quando poi si va sulla scena si invocano meno tasse e più produttività .

D’altronde la concorrenza è spietata, un bullone cinese costa meno di uno italiano ed una lavatrice polacca ancor meno di una prodotta in Italia.

Con il placet della Comunità Europea e della Corte di giustizia il principio del libero commercio oramai è il faro a cui guardano tutti.

Illuminati dalla luce di questo faro muratori rumeni vengono imbarcati su aerei il lunedi e rientrano il venerdì per costruire palazzi e scuole in giro per l’Europa, un traghetto battente bandiera finlandese il giorno dopo issa la bandiera di uno dei paesi baltici e paga di meno gli stessi lavoratori del giorno prima.

È in base a questo principio non liberale ma liberistico che il far west si è impossessato del mondo produttivo. Più o meno reggono su questo ragionamento le motivazioni che portano la Fiat fuori dall’Italia, l’Electrolux a considerare poco conveniente la sua presenza in Friuli e la Filtrona fuori da Salerno.

Questa è una vera emergenza. Peccato che non ha avuto la giusta valutazione tanto nel sistema paese quanto in quello Salerno.

Qui chiuderà tutto, allarma Ilardi, ed i sindacati chiedono di recuperare il tempo perso. Il lavoro è stato semplicemente uno dei tanti temi assenti in termini di sviluppo progettuale di questa città. Nel nuovo modello di città  bisogna rimettere  lo sviluppo produttivo ed occupazionale al centro dell’impegno complessivo delle diverse parti sociali e istituzionali.

Il Comune batta un colpo sul caso Filtrona. Il prossimo consiglio comunale sia celebrato nei locali della fabbrica occupata.

Il secondo aspetto sta nel bisogno di mettere mano al far west delle delocalizzazione, a meno che non si pensi di devenire la Cina d’Europa per quanto attiene diritti ed i livelli salariali.

Occorre che siano ripensati i principi che reggono il sistema produttivo all’interno del quale, non solo attraverso la discussione teorica ma attraverso interventi normativi, vanno ripresi ed introdotti principi di solidarismo, di reciprocità, di comunione che una certa parte della dottrina economica va ribadendo da Luigino Bruni a Stefano Zamagni a Leonardo Becchetti, solo per citarne alcuni.

Infine si può lasciare ad un impianto di garanzie costituito dagli ammortizzatori sociali il compito di difendere il sistema produttivo del proprio paese a cui si legano i livelli occupazionali? Si possono allargare le braccia e fare solo da controllori rispetto a fabbriche che hanno fatto la fortuna beneficiando di campagne di rottamazione fatte ad hoc, di finanziamenti pubblici? È immaginabile un sistema normativo che renda meno facile lasciare il paese? Penso sia un tema su cui politica, sindacato ed imprese debbano aprire una discussione.

La questione è complessa ed abbisogna di interventi di diversa natura.

Innanzitutto un intervento keynesiano per la ripresa occupazionale e la progettazione di una politica industriale nazionale e locale; poi la necessità di sviluppare la partecipazione dei lavoratori nell’ambito dell’impresa come elemento tra l’altro di rafforzamento della produttività; una riforma del mercato del lavoro di stampo nord europeo con una reale flexisecurity che preveda un reddito minimo per i licenziati,  ma anche la tutela concreta del diritto alla salute ed all’istruzione per l’intero nucleo familiare nonché processi di riqualificazione e ricollocazione al lavoro; la coniugazione di solidarismo e protezionismo affinché da un lato coloro che hanno beneficiato di interventi, sussidi, finanziamenti etc. possano dislocare la produzione con minore facilità e dall’altro la necessità che il trasferimento all’estero delle attività produttive sia accompagnato anche dal trasferimento di un pacchetto a favore dei lavoratori dei paesi in cui si va ad impiantare la produzione di diritti salariali e di diritti legati alla qualità della vita lavorativa e personale evitando impunemente di assistere alla desertificazione imprenditoriale sui nostri territori e contestualmente alle tragedie come quelle del maggio scorso a Dhaka in Bangladesh con 800 morti.

(I Confronti-Cronache del Salernitano)

 

 

 

 

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