Ven. Ago 23rd, 2019

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Salerno / San Matteo “censura” la processione

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di Luigi Rossi
di Luigi Rossi

san matteo 2Domenica scorsa un episodio ha macchiato la reputazione di Salerno, città europea che si segnalerebbe per un continuo, coinvolgente progresso civico e socio-culturale grazie alla lungimiranza di un’amministrazione che tutti ci invidiano; però, costumanze poco consone con la contemporaneità hanno offuscato la gioia corale che ogni anno circonda la processione del santo protettore.

Il fatto: il Metropolita aveva impartito chiare disposizioni per far rispettare quanto stabilito dalla conferenza episcopale campana circa le processioni, il culto dei santi e la religiosità popolare. La comunità cittadina era stata avvertita ed aveva accettato le disposizioni. Ma, fin dall’inizio, l’anarchia si è impossessata della processione, una situazione insostenibile alla quale il presule ha risposto con paziente tolleranza. Protagonisti dell’episodio sono stati individui autoproclamatisi custodi di un inconscio clanico e totemico presentato come la tradizione!

La presenza ingombrante di un assente è divenuta il punto di riferimento di chi era pronto allo scontro e così si è vissuto un momento poco esaltante, di sapore stalinista per il pervadente culto della personalità che da anni si sopporta in quest’occasione. Perciò, va pubblicamente ringraziato il Prefetto che ha abbandonato la processione trasformatasi in gazzarra: lo Stato è andato via disgustato facendo precipitare l’evento nella volgarità sub-culturale di gruppuscoli, i quali, impadronitisi della piazza per scaricare loro ataviche frustrazioni, hanno messo in scena una ritualità da stadio soverchiando tutto e tutti. Rispetto a questi incontestabili fatti generano sconforto le dichiarazioni di chi è pronto ad arrampicarsi sugli specchi per tentare di dare ragione a tutti e giustificarsi col vescovo, oppure le pagine di colore sulle vite semplici dei portatori, ultrà della Salernitana, la cui vera fede è stata visivamente commentata dagli autoscatti pubblicati su un noto quotidiano.

L’incivile episodio deve essere letto nella sua concreta valenza di profonda faglia nella post-modernità salernitana per percepire lo spessore del vecchiume che affligge la città. Non è un problema soltanto della comunità ecclesiale, coinvolge tutti; perciò occorre la convergente presa di posizione del clero, senza distinguo, se o ma, e dei vescovi dell’intera metropolia. I movimenti d’ispirazione cattolica dovrebbero far sentire la loro voce e superare il distacco di chi con evidente sufficienza si percepisce intellettualmente superiore e, quindi, non vuole sporcarsi le mani.

Chi ha criticato il vescovo ha invocato il rispetto della tradizione, cioè di una strana ritualità introdotta di recente e che ha trasformato la processione in un codazzo di omaggi forzati, d’inchini ammiccanti, di ridicoli balletti e tutto ciò in onore del Protettore!

Allora interroghiamo san Matteo: cosa egli pensa della tradizione?

Nel capitolo 15 del suo vangelo, ai tanti farisei e scribi di ieri e di oggi che col dito puntato sono pronti a condannare chiedendo a Gesù. “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli anziani?” Con regale semplicità egli risponde: “E voi, perché trasgredite il precetto divino in nome della vostra tradizione?”

Da alcuni anni l’incedere disordinato è condito con immeritati applausi a personaggi noti e meno noti, così l’evento ha perso molte delle sue connotazioni religiose per trasformarsi in asfissiante e ripetitivo teatrino parapolitico, passerella per avventurieri dell’immagine alla ricerca di fumosa pubblicità. Anche a questo proposito l’evangelista dice la sua al capitolo 23 riferendosi alla genia dei farisei: “Fanno tutto per essere visti dagli uomini. Infatti (…) amano i primi posti nei conviti e le prime file nelle sinagoghe; amano essere salutati nelle piazze ed essere chiamati dalla gente Rabbì”. Sembra un versetto scritto per commentare proprio il modo in cui si è svolta la processione  salernitana nell’ultimo ventennio!

In questa settimana la stampa ha interpellato tanti esperti, pronti a dire la loro, sovente giudici severi del povero mons. Moretti. L’antropologo di turno lo ha accusato di dirigismo, anche se poi ha dovuto riconoscere che la processione crea dei problemi perché “dietro San Matteo non è cresciuto un sentimento religioso, ma un simbolismo di parte”. Quindi, quello del vescovo non è dirigismo illuministico di chi non comprende le esigenze del popolo, ma necessaria azione pastorale. Del resto, da più parti si è convenuto con un sociologo esperto di cose salernitane, il quale senza mezze misure ha denunciato il preoccupante “incattivimento civile”. Politici, operatori culturali, amministratori locali ed altri indignati di turno per una settimana hanno discusso di identità culturale, senso di appartenenza, amalgama civico dei valori praticati dalla società liquida. Sta di fatto che il Procuratore ha iniziato le indagini ipotizzando i reati di turbamento di funzione religiosa e offesa a ministro del culto.

Anche la stampa non sembra aver fatto fino in fondo il proprio dovere limitandosi sovente a scontati commenti in difesa del buon nome di Salerno, ricordando che la città ospita le spoglie di Gregorio VII, ma senza chiedersi per quale motivo esse si trovino nel duomo! Riferimenti scoordinati hanno denunciato i “calpestii alla tradizione alla fine comunque rispettata”, rigettando qualsiasi possibilità di paragone con processioni in contesti mafiosi, anche se l’arcivescovo ha dichiarato che “gli stessi portatori di stanga vivono in contesti dove ci sono pressioni ed interferenze di tutti i tipi.”

Occorre un lungo lavoro di purificazione perché non è pensabile che il prossimo anno si possa ritornare indietro: i fischi non possono cancellare le regole. Tutto ciò chiama in causa l’assente sempre presente. Immagino che il vescovo si sia sentito tradito nell’intimo dopo la dichiarazione resa dal primo cittadino alla sua televisione:”Quest’anno, secondo le indicazioni della Curia, la celebrazione del nostro Santo Patrono avrà un carattere diverso, di preghiera e di raccoglimento, più che di festa popolare. È una scelta che condivido e che rispetto. Sarà un momento di grande spiritualità”. Mons. Moretti si attendeva appunto questo tipo di collaborazione, invece si è visto solo un san Matteo ballonzolante più del solito, dopo la sosta sull’asfalto, tra giravolte ed inchini a dispetto della linea di sobrietà! Come se non bastasse, alle sollecitazioni di chiarimenti, tra negazioni e depistaggi, si è preferito minimizzare affermando che si è trattato di “piccoli episodi amplificati in modo abnorme”. Intanto, pensando di correre ai ripari rispetto a possibili conseguenze su futuri progetti politici, è stata espressa solidarietà e rispetto al presule senza, per questo, chiarire certi cambiamenti avvenuti in corso d’opera. Questi i fatti, che non sembra si possano attribuire ad errori della Curia nella gestione della vicenda.

Il primo cittadino ha invocato giustamente la rappacificazione. Ma basta per evitare che altri cittadini, come un pensionato, osservino:”Credevo che la città fosse diventata europea e straordinaria. Dai proclami alla realtà il risveglio è stato breve” (Avvenire)? O come il bambino che con decisione ha esclamato:”i fischi si fanno allo stadio”, evocando così la favola nella quale con sconcertante semplicità si grida: il re è nudo! L’affermazione deve far riflettere tutti: non si è trattato di moti salernitani. Un’informe folla di manzoniana memoria, pronta a marciare, si è trasformata in devota massa di politici demiurghi. Allora ritorniamo alla toccante processione di un popolo disciplinato, che una volta all’anno vuole andare oltre il tempo e lo spazio, superando ogni improvvisazione che rende confuso e ingovernabile il quotidiano, una processione ritmata da canti e preghiere e segnata dallo snodarsi di un corteo che evidenzia la gerarchia delle funzioni in una sostanziale uguaglianza di fedeli, pronti a sperimentare non una omologante perdita d’identità, ma disposti a scoprire il senso della collettività che fa sentire ecclesia per il gusto corale dell’incedere salmodiando nel contesto di una beata mansuetudine nella percezione comunitaria del mistero.

Il sindaco ha consigliato “il rapido affermarsi, da parte di ognuno, di una linea di sobrietà, di riflessione serena, di raccoglimento, e anche di silenzio”. Silenzio appunto, per meditare. Probabilmente molto utile può risultare la lettura di passi del vangelo di Matteo, anche suo santo patrono, oltre che di Salerno, città tendenzialmente prona ad un becero cesarismo. Egli può iniziare dal capitolo 22 e dalla nota affermazione, sovente ripetuta a sproposito: “date a Cesare quello che  è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Il vangelo matteano inneggia ai poveri in spirito, cioè a quelli che sono veramente distaccati dal demone del possesso nelle sue varie diramazioni; chiama beati i miti, chi ha fame e sete di giustizia, i misericordiosi e gli operatori di pace. Nell’elenco possiamo includere anche la beatitudine della quale è stato partecipe mons. Moretti in questo frangente. Infatti nel famoso capitolo V Matteo scrive: ”beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male”.

La meditazione proposta al sindaco può continuare ricordando che non si ci può arrogare funzioni che non si hanno perché (cap 5, 19) “chi dunque scioglierà uno di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli”. È costante nel vangelo scritto dal nostro protettore l’invito alla discrezione, cioè a “non praticare la giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati”. Il nostro severo santo scrive nel capitolo VII che non bisogna dare “ai cani le cose sacre, né gettare davanti ai porci le perle, perché non le calpestino con le loro zampe e non si rivoltino a sbranarvi.”

Alla fine Matteo impartisce anche un felice consiglio a chi brama il consenso, ricordando che risulta inutilmente sterile la facondia delle argomentazioni perché è impossibile nascondere l’evidenza dei fatti in quanto “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccolgono forse uve dalle spine, fichi dai rovi”?

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