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Salute o lavoro: radici antiche della drammatica alternativa dell’Ilva

Salute o lavoro: radici antiche della drammatica alternativa dell’Ilva
di Carmelo Currò

27_10_10-fabbricaIlva, Taranto, lavoro e malattia. Il bivio cruciale che divide la strada di operai ed abitanti e li mette di fronte all’angoscia del pericolo, della disoccupazione, della difficile sopravvivenza, non costituisce un dilemma e un dramma nuovo per i lavoratori di tutti i tempi e di troppe Nazioni.
Basterebbe ricordare come l’industria inglese si sia nutrita per lunghissimi anni della forza lavoro di tanti minatori che avevano bisogno di guadagnare per sostenere le famiglie spesso scacciate dai campi, prima a causa del fenomeno secolare delle recinzioni di terreni coltivabili già liberi; poi per l’introduzione di macchinari agricoli che rendevano inutile la numerosa manodopera che si era sempre occupata delle coltivazioni. E’ vero che, approfittando di tante braccia disponibili con salari spesso irrilevanti, il carbone ed altro materiale essenziale per le nascenti industrie britanniche resero possibile il funzionamento di fabbriche e la navigazione della flotta, e dunque lo straordinario progresso economico della Nazione inglese. Ma è vero anche che per conseguire il successo finanziario, la borghesia industriale si servì di bambini e anziani che furono spesso sottoposti a turni quotidiani di molte ore, al lavoro notturno, alla discesa nelle profondità della terra di organismi giovani e sempre più deboli.
Ancora prima di questo boom, in numerose aree d’Europa laboratori, gualchiere, vasche di decantazione avevano alimentato la protoindustria che gestiva la lavorazione della lana, avviata dalle zone in cui si allevavano le pecore. Zone di allevamento e di lavorazione spesso coincidevano, specialmente nel caso in cui fossero disponibili nelle vicinanze corsi d’acqua dove era possibile lavare la materia prima, come lungo la valle dell’Irno nel Salernitano. Ma questo fervore di attività, se faceva arrivare un continuo flusso monetario che sosteneva il tenore di vita, procurava non pochi e gravissimi problemi alla popolazione. Lavorare la lana non era affare semplice. Il materiale veniva prima lavato in un fiume. Poi sgrassato adoperando in genere orina. Dopo la pettinatura, la cardatura e la filatura, il tessuto era ancora lavato, asciugato e poi tinto, usando mordente e tinture naturali che venivano sciolti nelle vasche.
Ma pensiamo al rovescio della medaglia di queste attività. La lana veniva lasciata in vasche per essere ammorbidita e tinta. Moscerini, zanzare, microbi si annidavano per settimane in vasti spazi a ridosso delle case, dove gli abitanti respiravano aria malsana impregnata di orina e infida per la malaria in agguato. A dispetto del mito della Scuola medica, già in inarrestabile declino subito dopo il Medioevo, sui 58 professionisti censiti fra la metà del Quattrocento e la fine del XVIII secolo nei casali di Baronissi, i medici sono appena 10 più altri tre speziali, contro una messe di avvocati e notai nutriti dalle numerose controversie giuridiche. Peggio ancora per i casali di Pastorano nell’immediato hinterland di Salerno dove nello stesso periodo si registra un solo medico.
L’età media, molto al di sotto di quanto si pensasse, dimostra dati spaventosi: fra gli ultimi anni del Cinquecento e l’anno 1700, si oscilla dai 21 anni e 7 mesi del 1614 ad Antessano, ai 31 anni e nove mesi di Orignano nel 1638, con una popolazione che raramente superava i cinquanta anni di età. L’alimentazione malsana, con una “dieta mediterranea” che includeva scarsissima carne e moltissima erba, integrata per lo più da orzo e fave, contribuiva a mantenere bassa la media, nonostante le favole sulla “salute di una volta” e su inesistenti vegliardi centenari che appariranno solo nel corso dell’Ottocento.
Eppure, rassegnati a far parte di comunità giovani, in cui chi aveva quaranta anni ne dimostrava venti di più, i lavoratori di queste zone consumavano presto la loro vita tra campi, gualchiere, filatura serale e devozioni quotidiane. Loro non solo non avevano alternative; ma neppure chi amplificasse come oggi avviene i problemi delle comunità.

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Commenti (1)

  • cesare casale

    Come sempre un articolo interessantissimo che apre la strada su altre indagini come l’effettivo valore della scuola medica e della dieta mediterranea.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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