Salvatores e il viaggio invisibile negli abissi del sé

Salvatores e il viaggio invisibile negli abissi del sé
di Luigi Zampoli

Photocall of ''Il ragazzo invisibile'' in Rome

Ci sono film che inducono subito dopo la visione a critiche pensose e cervellotiche, altri che si smarcano lentamente da una immediata impressione di onesta pellicola di puro intrattenimento, per suggerire riflessioni più articolate. È il caso dell’ultimo lavoro del regista premio Oscar Gabriel Salvatores, “Il ragazzo invisibile”.
Un film sull’adolescenza, dedicato agli adolescenti, ma che non lascia certo insensibili gli adulti, stimolando percorsi a ritroso alla ricerca delle sensazioni, dei timori e delle inquietudini del periodo più delicato della nostra vita. Hermann Hesse sosteneva che solo alla fine della nostra esistenza si riesce davvero a capire cosa ha significato per ciascuno di noi l’adolescenza, costellata di nodi irrisolti che solo dopo tanto tempo vengono al pettine, come un debito che ha scadenze lunghe una vita.
Un adolescente, Michele, il protagonista della pellicola, è alle prese con un mondo che ai suoi occhi è popolato da figure ostili: professori, compagni di scuola, ragazzine avare di attenzioni nei suoi confronti e una madre che attraversa distrattamente la sua vita.
In fondo ci siamo passati tutti e chi non l’ha fatto, si è perso sicuramente qualcosa; quando tutto ciò che ti gira attorno non ti piace, hai un solo desiderio: scomparire.
Ma se la solita fuga adolescenziale non soddisfa la convinzione profonda ed inconfessabile che ogni adolescente ha, di essere speciale, e per questo incompreso, allora non resta che il sogno di sempre, diventare invisibili.
L’anelito all’invisibilità attraversa la sfera irrazionale di persone di tutte le età, ma mentre per un adulto rappresenta il desiderio di fuga ed emancipazione dalla responsabilità e dalla quotidianità, per un ragazzino è il momento dell’affermazione dell’ego, una velleità narcisistica.
Salvatores coglie, in particolare, quest’ultimo aspetto; la “scoperta” della propria invisibilità induce il ragazzo a calarsi nelle vesti del super-eroe, colui che è diverso e migliore di tutti gli altri. Il protagonista inizia un percorso che lo porterà alla scoperta di se stesso, degli altri e della verità sulla sua vita.
Bisogna sottrarsi alla vista altrui per potersi riappropriare del sé, avere consapevolezza della propria identità, ricostruire il filo delle relazioni umane con chi ci sta a cuore.
La metafora dell’invisibilità è come un vaso di Pandora, una volta scoperchiato si rischia di rimanere travolti dai tantissimi spunti di riflessione possibili ed abbandonarsi al citazionismo sfrenato da Saint Exupery, Calvino, Galimberti. Il film di Salvatores racconta una storia fantastica densa di valori positivi enfatizzati dall’estetica intimista dei paesaggi ventosi triestini; a quelle latitudini, chissà, forse è davvero possibile sparire e ritrovarsi.

redazioneIconfronti

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