Mer. Ago 21st, 2019

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San Matteo, il vescovo e i “moti” salernitani

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di Carmelo Currò
di Carmelo Currò

SAN-MATTEODoveva essere una processione sobria, senza riverenze ai poteri municipali; un corteo religioso tutto pieno di preghiere e canti, senza tre bande musicali, senza fuochi d’artificio, senza soste presso la caserma dei Finanzieri e la sede del Comune, senza i giri delle statue su sé stesse, la corsa per risalire lo scalone del Duomo, l’ondeggiamento dei portatori. Questo nella visione e nelle direttive dall’arcivescovo di Salerno Luigi Moretti che nelle settimane scorse aveva pubblicato le sue decisioni, peraltro non certo inaudite o incomprensibili.
Ma così non è stato. Da un lato l’arcivescovo ha dimenticato che qui si trattava della festa del Santo patrono Matteo, non certo dell’organizzazione di un corteo funebre; che nel corso di alcuni decenni, gli sforzi silenziosi ed entusiasti del suo predecessore monsignor Gerardo Pierro avevano reso la solennità del Santo Evangelista una festa generale di tutta la città, indipendentemente da un forte attaccamento o no all’istituzione religiosa; che vecchie e recenti tradizioni avevano reso la partecipazione del popolo una partecipazione corale, con decine di migliaia di persone riversate in cattedrale, nelle strade, lungo il percorso della processione, in grado di attirare folla da tutte le parti della regione.
Le direttive arcivescovili sono state giudicate severe e inutili; le sue decisioni irriverenti per la storia della città; il suo comportamento dittatoriale e pregiudizievole. Primi i portatori a muovere le loro lamentele, poi la gente, per alcune settimane in tono pacato, poi con crescenti mormorii, fino ai boati della sera del 21 settembre.
È stato deprimente, triste, umiliante, assistere ad uno spettacolo penoso che si è consumato prima nell’atrio della cattedrale, poi per le strade principali di Salerno. I portatori delle statue, indispettiti per la decisione dell’arcivescovo di far portare i sacri simulacri nell’atrio del duomo senza il loro intervento, hanno già protestato così veementemente che è stato inutile ogni tentativo di conciliazione da parte del presule e dello stesso questore. Infine Moretti, presa la reliquia del braccio di S. Matteo, si è avviato da solo con il clero, senza aspettare il resto del corteo e certo sicuro che la popolazione avrebbe inneggiato come di consueto al passaggio del braccio argenteo.
Così non è stato. Premeditazione, rabbia spontanea? I portatori (un ruolo di recente “perfezionamento”) si sono praticamente fatta una processione tutta loro, come hanno visto i numerosi amici collegati via televisione e via internet, hanno ripreso vecchi giri diversi da quelli stabiliti dall’arcivescovo, hanno pesantemente protestato, hanno fatto ingresso nella sede comunale come negli anni passati. Al passaggio delle statue frenetici applausi. Al passaggio dell’arcivescovo un coro comune di fischi, urla, invettive, “vattene” e “via”. Moretti ha sopportato (crediamo per ragioni di ordine pubblico) in silenzio le tre ore di processione sempre scortato da vicino dalle forze dell’ordine; una processione piena di urla, staccata dalla folla, separata al suo interno, lontana dalle statue. Persino le soste per le preghiere sono state un tormento, poiché ogni volta che l’arcivescovo cercava di intonare una preghiera, la folla urlava e fischiava facendolo smettere.
Devo dire che lo spettacolo reso agli occhi di tutta Italia è stato indegno di una comunità civile e che indipendentemente dalle ragioni e dai torti, i salernitani hanno perduto dinanzi agli occhi di tutta Italia. I portatori sono stati interpreti di proteste su diritti che a loro non appartengono e su cui solo l’autorità ecclesiastica può decidere. A sua volta l’arcivescovo non ha forse compreso che Salerno non è città in cui si fa l’inchino ai camorristi, dove tre giri di statua su sé stessa rappresentano un omaggio alla SS. Trinità e non un rituale pagano, dove la festa deve essere piena di aria di festa e la processione lontana dall’aspetto di un corteo funebre.
A mio avviso è mancato un vero dialogo, un dialogo paterno da una parte e filiale dall’altra; è mancata la comprensione e la sincerità se pochi minuti prima dell’inizio i portatori accusavano la curia di non aver rispettato gli accordi stabiliti. Ma la processione non è uno sciopero. Poiché si parlava di fatti spiacevoli ma non cruciali, si poteva rinviare ogni polemica alla fine della festa, porre con serenità le basi per un migliore festeggiamento l’anno prossimo.
Le urla, i fischi, il lasciare le statue a terra, hanno lasciato senza parole; così come ha lasciato stupiti il fatto che presso l’arcivescovo si siano dovute rivedere persone che il pubblico credeva ormai accantonate. Chi ha consigliato Moretti? I parroci hanno sensibilizzato l’opinione pubblica? I dirigenti dell’Azione cattolica sono andati più in là dei convegni con le solite parole ecclesiali? I portatori possono anche finire di svolgere la loro attività. L’arcivescovo deve licenziare tutti i collaboratori e consiglieri, fatta eccezione per il nuovo vicario generale, appena nominato e di cui tutti parlano bene.
Ma quel che mi preoccupa è che il disagio di S. Matteo possa essere solo l’ombra di un disagio generale e più profondo, emerso drammaticamente durante una festa mancata e con il retroterra della disoccupazione, della nuova povertà, della disorganizzazione che nella regione Campania regnano sovrane. Che accadrà se questo disagio, come ai tempi della rivoluzione francese, raggiungerà anche altri palazzi, oltre quelli dell’arcivescovo? Se, invece di digerire sempre tutto come noi Italiani abbiamo imparato a fare, la folla si indirizzerà o sarà indirizzata verso altre persone, altre istituzioni?

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