San Matteo story / De Luca chieda scusa al vescovo

San Matteo story / De Luca chieda scusa al vescovo
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La propaganda, sulla quale da anni ha ripiegato gran parte dell’informazione cittadina e regionale, aveva raccontato all’arcivescovo Luigi Moretti di una Salerno evoluta, matura, vitale, in una parola di una città atipica e alternativa nel Meridione incolto, dominato e incivile. A mano a mano che l’ha praticata e, forse, in parte conosciuta, il presule ha fatto scoperte amare. La cifra europea di Salerno, avrà dedotto, era l’invenzione di una macchina propagandistica che ha nascosto deficit abissali del bilancio comunale dietro clownesche e meste parate, ha contrabbandato il tifo per consenso, l’improvvisazione per temerarietà, l’amoralità per laicità, le logore opere incompiute per avveniristica trama urbanistica mondiale, accreditando per classe dirigente una lobbie di neo-notabilato affaristico e di sfaccendati clientes.

Avrà compreso, il presule, dall’inizio della sua missione in terra salernitana, di essersi trovato in un’area depressa, a basso tasso di civismo e di partecipazione, con una spiccata vocazione al servaggio, in una comunità incline all’identificazione con simboli demodé inventati dalla retorica democratica per istinto di sopravvivenza.

In un contesto così inautentico, la politica – senza più risorse e crediti propri – ha fatto ricorso ai riti altrui e all’eccesso del relativo clamore mediatico. I riti civili, si sa, sono di difficile reperimento sul mercato popolare delle idee, soprattutto in democrazie apparenti; ragion per cui la macchina post-ideologica che tira le fila della città da oltre vent’anni ha adottato la religione e la fede, con i loro plurisecolari rituali e relative rappresentazioni. Si è verificato così il travaso dei populismi cittadini nella espressività del sacro. Operazione agevole anche grazie ad un presidio episcopale, quello che ha preceduto monsignor Moretti, più attento alla democristianità che alla cristianità, più sensibile ai negozi giuridici e alle intraprese economiche che alla evangelizzazione, più prono al potere che vocato al dialogo istituzionale libero e regolativo.

È in quest’ottica che il rito religioso di San Matteo è stato svuotato e poi abilmente colmato di non-valori e surrogati consumistici, ciarpame populista, simulacri di tradizione. Quest’ultima non è un monolite, ma va costantemente alimentata di fede, ridefinita nel solco della storicità delle esperienze umane e religiose, non vissuta come una simbologia ibernata in un museo delle cere. Ed è questo il motivo per cui la fede richiede i fedeli, non i portatori di statue.

Se un sindaco laico ed anche ateo (memorabile l’intervista mai smentita, rilasciata anni fa a Telecolore dall’ex sindaco socialista Vincenzo Giordano sulla simil religiosità nazional popolare del suo successore) entra nella più celebrata manifestazione di fede e di pietà popolare, la monopolizza con il sostegno della sottocultura sub urbana che da anni lo sostiene, la trasforma nella prova suprema del consenso raccolto dalla sua persona (con un applausometro sguaiato che ha avvicinato per anni Salerno più a Corleone che a Strasburgo o a Bruxelles), lasciando intendere che la centralità del rito religioso appartiene alla civitas e non più alla cristianità, se tutto questo è avvenuto – ed è avvenuto, come ben si è visto ieri – siamo davvero in una deriva pericolosa.

Scristianizzata così la processione del 21 settembre, ne è derivata una delegittimazione della Chiesa e la retrocessione di San Matteo e della sua festa a puro momento civicamente celebrativo. Cosa vale più un vescovo se c’è un sindaco che tacitamente lo sfida per un posto poco centrale nella prima fila del Duomo durante il Pontificale? L’uomo piccolo, è vero, non ha sobrietà, è prigioniero di orizzonti limitati che gli suggeriscono di assorbire nel suo ruolo pubblico ogni altra funzione o magistero. È la fantasia onnipotente del manichino che sogna di diventare statua e di farsi chiamare monumento, il gigantismo che origina dall’impotenza.

Se così non fosse, perché il sindaco che rappresenta l’unità della città non chiede scusa al vescovo a nome di tutta la comunità, non censura la rozza iniziativa dei portatori che hanno dimostrato la tragedia infinita della loro sottocultura e la prigione emozionale nella quale sono ristretti? Perché il sindaco De Luca non divorzia da una città melmosa e inconsapevole, per la quale andrebbero attivate strategie di riabilitazione umana e civica?

Se facesse questo, il sindaco riconoscerebbe un’altra autorità, la Chiesa, in una città che invece è sua, deve essere innanzitutto sua, quindi totalmente dominabile. Sono le fantasie di un potere che tutto può, che continua ad operare sulle sue stesse macerie e che dimentica quanto avvenne nel secolo scorso, quando, nella sfida tra Fascismo e Chiesa nel calamitare le energie giovanili, a uscire vincitore fu infine il movimento cattolico.

La processione con ammutinamento di domenica non meraviglia più di tanto, perché è il sintomo di un disagio profondo che attraversa i supporter del primo cittadino, di una disarticolazione anche linguistica della politica fondata sugli umori minuti del popolo bue.

Monsignor Moretti, però, resisterà. Vi sono dei limiti invalicabili che, se violati, determinano le svolte. La Chiesa insidiata in casa sua da una decadente civitas ha intravisto, l’altro giorno, la frontiera e il confine della democrazia, oltre i quali è vietata ogni navigazione. Sono così comparsi i territori degli incontri inediti e delle aperture di senso. Il vescovo lo sa. Sono aree di attraversamento lungo le quali ci si accorge, procedendo a fatica, che il confine non segnala la fine del mondo ma l’inizio di un mondo nuovo, dove al ruolo dei despota può seguire quello dei compagni di viaggio, che tendono la mano e guardano negli occhi.

redazioneIconfronti

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