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Sangue ad Aleppo e impotenza dell’Europa

Sangue ad Aleppo e impotenza dell’Europa
di Luigi Zampoli

In un mondo perfetto Aleppo sarebbe ancora la città dei pini, della storia, della cultura; solo dieci anni fa, nel 2006, veniva eletta la capitale culturale del mondo islamico. Un luogo simbolo di una civiltà millenaria, con le sue università, i musei, le biblioteche. Aleppo è il luogo della coscienza perduta, un po’ come Sarajevo negli anni ’90.
I governi occidentali e l’opinione pubblica continuano a ricevere notizie terrificanti da questo angolo di Medioriente dove imperversano morte e distruzione. Una carneficina che avviene sotto gli occhi impotenti delle istituzioni internazionali, paralizzate da veti incrociati che comportano un indecisionismo imbelle, una lunga sequela di mosse sbagliate con tentativi di accordo e cessate il fuoco miseramente falliti; persino l’opinione pubblica, di solito facile a intercettare l’onda emotiva di questi eventi, si ritrova confusa e sconcertata.
In una situazione del genere, Assad e Putin continuano nella loro opera di spietata restaurazione di un ordine che, in fondo, fa comodo anche agli interessi di Europa e Stati Uniti. Non si spiegherebbe altrimenti il perdurante disimpegno per quello che sta assumendo sempre più i contorni di un nuovo olocausto.
Centinaia di migliaia di civili ancora bloccati in diversi quartieri della città attendono di essere evacuati, con i raid dell’aviazione russa e delle forze regolari di Damasco che continuano a mietere vittime innocenti.
Diverse fonti dell’opposizione siriana, che fa sentire la sua voce attraverso i social network, da qualche tempo ripetono che ad Aleppo l’Isis non è più presente e che sotto la definizione di “terroristi” vengono inclusi tutti coloro che vogliono rovesciare il regime di Assad.
D’altronde è tipico di ogni dittatore definire “terroristi” tutti quelli che intendono opporsi all’ordine costituito attraverso la tirannide.
Quanto sappiamo per davvero della tragedia che si sta consumando ad Aleppo? Non è cronaca degli ultimi mesi, ma bisogna partire da circa quattro anni fa, esattamente dal 19 luglio 2012, allorché le forze fedeli ad Assad e i ribelli, suddivisi in diverse fazioni, si contendevano la città, posta in una posizione geografica strategica per la sua prossimità con il confine turco. Uno dei più antichi patrimoni mondiali della civiltà mondiale diventava così un cruento campo di battaglia, con la distruzione quasi completa delle sue splendide architetture e l’uccisione di centinaia di migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini.
Ancor prima dello scoppio della guerra civile gli attivisti anti regime, in piena primavera araba, erano scesi in piazza chiedendo, con manifestazioni pacifiche, l’apertura di una nuova stagione di riforme, diritti e democrazia. La reazione di Assad fu spietata, in occasione delle manifestazioni studentesche del maggio 2012, che videro scontri violentissimi tra polizia, esercito e attivisti; rimasero uccisi quattro studenti, centinaia furono arrestati e torturati.
La contrapposizione che ne scaturì sfociò ben presto in una vera e propria guerra civile con molteplici forze in campo, non solo quelle che avevano rivendicato democrazia e libertà in un paese governato con il pugno di ferro prima da Assad padre e poi dal figlio.
Si presentarono sulla scena della guerra civile siriana fazioni ribelli d’impronta islamista, milizie sciite sostenute dall’Iran, gruppi vicini ad Al Qaeda e un insieme frastagliato di forze paramilitari di difficile identificazione.
In un quadro già molto complicato, sopraggiunse l’intervento militare diretto della Russia che, presente in Siria con alcune basi navali e da sempre partner militare strategico per il regime di Damasco, non esitò a scendere in campo al fianco di Assad per rafforzare la propria presenza nello scacchiere mediorientale e farla assurgere al rango di autentica leadership, data l’assenza di ogni strategia in loco da parte degli USA, dell’Unione europea e dell’Onu.
La complessità della situazione e le difficoltà di distinguere tra le diverse ragioni delle forze in campo, non hanno poi consentito un intervento di peacekeeping ad Aleppo, come denunciato da Amnesty International; questa incapacità del mondo di comprendere e  intervenire ha fatto sì che Aleppo diventasse il luogo fisico e, al contempo, simbolico di una battaglia senza fine e senza scopo, in balia di eventi che fino ad ora hanno avuto una sola costante; la scomparsa della civiltà proprio lì dove è nata una delle più antiche civiltà.
In queste ultime ore l’attentato terroristico di Berlino, presumibilmente di matrice islamica, e l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, sembrano legati all’evolversi del dramma siriano e di Aleppo, rappresentando il peggior viatico possibile al summit del 27 prossimo a Mosca, tra Russia, Turchia e Iran. Si dovrà parlare infatti di un possibile accordo per la cessazione dei combattimenti e della spartizione delle zone d’influenza nel nuovo Medioriente.
La reazione dell’estremismo arriva con un tempismo straordinario che apre inquietanti scenari, poiché va tracciandosi una possibile strategia operata da gruppi fondamentalisti in Europa e in Turchia per spezzare il dialogo con la Russia di Putin, ormai attore decisivo sullo scacchiere mediorientale e artefice di un nuovo asse che dalla Siria, alla Turchia fino all’Iran potrebbe spostare gli interessi strategici dall’Occidente verso Mosca.
Gli Stati Uniti e l’Europa sembrano ormai tagliati fuori da ogni processo di stabilizzazione geopolitica in quella parte di mondo e dopo questo nuovo colpo di coda del terrorismo a Berlino, nel cuore del vecchio continente, si apre una fase che suscita molti interrogativi. Cosà farà Trump, il quale ha già annunciato un sostanziale disinteresse per le questioni di politica estera e soprattutto cosa farà l’UE che rischia di diventare spettatore impotente di nuovi scenari di politica internazionale?

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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