Sanremo, quel sogno che non aiuta a vivere meglio…

di Roberto Lombardi

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Terrore a Sanremo: un tale, Bano, irrompe sul palco dell’Ariston e canta a squarciagola; numerosi i contusi, tre spettatori rimangono storditi, due completamente sordi, e alcune donne mostrano evidenti segni di melomania. Poi si scopre che non di un estremista islamico si trattava, ma di una perniciosa ugola nostrana.
La seconda e terza serata hanno visto (ma anche sentito) anche le proposte dei giovani, intesi come categoria canora. I primi quattro sono: Renzo Rubino che canta di un gay tradizionale, all’italiana, che chiede “sorprendimi con un mazzo di fiori”, la sua canzone si intitola “Il postino (amami uomo)”, confesso di non aver capito il riferimento postale; poi si esibisce Il Cile con “Le parole non servono più” e non servono più per riaverti, le canzoni che ho scritto per te sono spettri (di fantasmi sul palco dell’Ariston se ne aggirano parecchi dopo cinquant’anni); poi è la volta di Irene Ghiotto che canta “Baciami?”, un curioso imperativo dubbioso, ma del punto interrogativo nel cantato non v’è traccia; infine i Blastema (che stia per bestemmia o per tessuto embrionale o per linguaggio da studenti di liceo scientifico – infatti il gruppo nasce fra i banchi di scuola- non ve lo so dire); cantano, con stile bello e dannato, ma è più lo sforzo che il risultato, “Dietro l’intima ragione”. Il mio fiuto non mi tradisce neppure stavolta: scommetto con mia moglie e punto sulla Ghiotto e Il Cile; vince mia moglie: passano Rubino e i Blastema.
L’altra sera aveva abbellito la serata la portentosa modella Bar Refaeli, e stasera è già sparita. Per una volta che si vedeva bellezza senza Photoshop! I secondi quattro giovani, ma sono tutti più che scafati: Andrea Nardinocchi, con una performance che sembrerebbe preludere al passaggio di turno, ha tutti gli ingredienti, ma proprio tutti se non si è troppo esigenti sotto il profilo musicale, ma che viene escluso a favore di Ilaria Porceddu che canta “In equilibrio” e mostra sicuramente più mezzi canori; poi Antonio Maggio sul quale punto immediatamente, e difatti è il primo a passare il turno (il mio fiuto, dopo tre serate, vacilla); infine Paolo Simoni che già dall’applauso si capisce che il turno non lo passerà. E i giovani sono sistemati.
Due parole sulla Littizzetto. Il pezzo sulla violenza sulle donne non poteva che essere affidato a lei. Ma è sembrato evidente il suo spiazzamento laddove, ben annidata la retorica, c’è almeno bisogno di strumenti espressivi più ampi e più rodati per poterne uscire indenni. Del resto non sappiamo se Sanremo è specchio del paese, ma che voglia esserlo, che debba finire per esserlo è una volontà che supera la necessità. Bello invece il balletto, il flash mob di denuncia, ma anche di gioia di vivere, manifestata dalle donne; la piccola Littizzetto in mezzo a quattro giunoniche creature e tutte in mezzo a tante altre intorno a loro, belle come la semplicità, ha definitivamente spazzato via la stucchevole coppia bionda-bruna: duplice presenza femminile di tradizione all’Ariston.
Sulla voce dell’ospite straniero, Antony, non aggiungiamo nulla; inquieta, come la sua figura, incombente. Mi colpisce una sua frase:«L’uomo trovi una nuova umiltà», che se riferita al genere maschile e insieme all’umanità, suona doppiamente inquietante.
Anche altre frasi, qualche verso delle canzoni ascoltate, mi hanno colpito, per altri, e ben diversi motivi. Gualazzi canta “per sopravvivere ci basta un sogno” che ridimensiona, quasi ridicolizza, non tanto il vivere declassato a sopravvivere, ma il sogno, di colpo, mi pare, reso definitivamente illusorio se utile solo alla sopravvivenza. Cristicchi ci fa sapere che “si sta meglio all’altro mondo”, e lo fa con tale leggerezza che proviamo sollievo nel sentire che c’è qualcuno nella cattolicissima Italia che non ha paura di morire, fosse solo in una canzone.

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