Sazi ma non di solo pane

Sazi ma non di solo pane
di Michele Santangelo

sfondo_GesuSeguimi1024È la terza domenica consecutiva che la liturgia ci invita a riflettere su brani delle Sacre Scritture che parlano di cibo e specificamente di pane e non solo per l’analogia strettissima che questo ha con il sacramento cardine della vita cristiana, l’Eucaristia”, ma anche perché esso rappresenta il cibo per eccellenza, anche nell’immaginario generale. È entrato nel linguaggio comune per indicare l’indispensabile per vivere, ed era questo, forse, ciò a cui pensava Gesù, quando nell’insegnare ai suoi apostoli l’unica formula organica di preghiera che troviamo nei vangeli, indicava il pane come unico bene materiale da chiedere quotidianamente al Signore, invitandoli a dire: “…Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Purtroppo fu anche il segnale con il quale Dio indicava che il rapporto tra l’uomo, la natura e le cose a lui necessarie per la vita non sarebbe stato più proprio idilliaco, in conseguenza della fatale prima ribellione alla legge divina: “Ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”. Ma sono tantissimi i riferimenti nelle Sacre Scritture a questo simbolo principe del nutrimento umano, come quello commovente nell’episodio dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus che risalirono alla identità del loro Maestro nell’amorevole gesto dello spezzare il pane. Era caratteristico, del resto, della predicazione di Gesù partire da esigenze effettive e primarie dell’uomo per insegnare che il suo piano di salvezza non era qualcosa di disincarnato rispetto alla vita reale dell’uomo, ma intimamente ad essa correlato. L’uomo ha bisogno di cibo per vivere e senza di esso la sua vita si spegne dopo essere passato attraverso la brutta sensazione della fame, uno dei segni della sua povertà e della precarietà della sua esistenza. Gesù Cristo non disprezza questo bisogno, anzi se ne serve per offrire la sua salvezza, proponendosi Egli stesso come pane venuto dal cielo: – “Sono io il pane disceso dal cielo” – nella speranza che i Giudei sarebbero stati capaci di andare oltre l’esigenza del pane e riconoscere in Lui l’Inviato da Dio, l’unico che aveva il potere di accreditarli presso l’Eterno. Il profeta Elia sopravvisse grazie ad un pane misteriosamente fornitogli dall’angelo del Signore.  Succede sempre così se si ha fede, quando proprio si è allo stremo perché la durezza del cammino ha fiaccato tutte le energie a disposizione e ci si vede circondati solo dal deserto umano, morale, affettivo, interviene la mano amorevole del Padre e solleva, rinfranca e si può riprendere il cammino, perché il pane che dà Lui non è come la manna del deserto che fu sì consumata dai nostri padri, ma comunque morirono: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Una chiara allusione da parte di Gesù all’Istituzione del sacramento dell’Eucaristia, nel quale è Lui stesso con il suo corpo e il suo sangue che si offre come cibo, come sostentamento per la vita eterna. La manna dell’Esodo, il pane di Elia, l’Eucaristia: tre momenti della storia della salvezza, quasi un crescendo meraviglioso di come Dio ha fatto sperimentare la sua vicinanza all’uomo per condurlo alla salvezza, si potrebbe dire nonostante lui. Gesù si offre nel pane perché gli uomini vivano; offre se stesso come cibo e si lascia mangiare, si lascia assimilare, diventando carne della nostra carne, affinché l’uomo possa, con un’azione in se stessa così normale da apparire quasi banale, impossessarsi della vita stessa di Dio, attraverso un nutrimento capace di far diventare tutto il suo essere, pensieri, sentimenti, volontà altrettanti mezzi meritori di salvezza. I segni procurati nell’essere umano da questa trasformazione sono tanto semplici quanto evidenti ed efficaci: bontà, amore perdono. Un così stretto connubio tra divino ed umano non può che generare, quando l’uomo ne è cosciente e non fa mancare il suo assenso di fede, ciò che S. Paolo raccomanda, una volta che l’individuo è stato in tal modo “segnato per il giorno della redenzione”: essere, come l’Apostolo si esprime: “benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”, con la conseguente scomparsa di “ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità”. Che meraviglioso mondo sarebbe! Esso stesso al limite del divino!

 

redazioneIconfronti

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