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Scafati, coltivazioni nella discarica. Qualcuno intervenga

Scafati, coltivazioni nella discarica. Qualcuno intervenga
di Gianmaria Roberti

canale conte sarnoNei campi intorno ci coltivano ancora, conservando la memoria del secolare legame tra la terra feconda, l’agricoltura e l’acqua. E non ti capaciti di come sia possibile. Perché è ormai un acquitrino che ingoia rifiuti tossici e i cascami di una terra stuprata dai criminali e dall’incuria amministrativa. Il canale Conte di Sarno, in quella terra di nessuno tra Scafati e Pompei, è un monumento al degrado ambientale. Un monumento vecchio cinque secoli, attraversati con vigore e orgoglio, e sprofondato nel vortice delle mille munnezzopoli della Campania. La costruzione del Canale iniziò nel 1592 per volere del conte Muzio Tuttavila, nobile proprietario dei terreni, allo scopo di rifornire di acqua i mulini di famiglia, macinare farina e produrre la pasta. Quando la Campania insegnava ancora al mondo come si lavora la terra e come si mangia a tavola. Era possibile, grazie al mare, ricevere il grano dalla Puglia e trasportarne il prodotto finito al ricco mercato di Napoli. Un modo per aggirare i predoni che, anche all’epoca, infestavano l’Agro. La costruzione del canale ebbe un altro merito, enorme ed involontario: i problemi posti dal superamento dello Sperone di Pompei portarono a realizzare una galleria lunga 1764 metri e lo scavo fece venire alla luce i resti dell’antica Pompei. Le origini maestose sono però evaporate col tempo e il declino del territorio, massacrato da povertà e governi segnati da incapacità e malaffare. Negli anni 80 del secolo scorso si pensò di riprogettare il Canale e i lavori iniziarono nel 1981, ma furono sospesi nel 1995: si accorsero che il cantiere avrebbe attraversato l’area archeologica di Pompei, e non parve tanto il caso di farlo. Il canale oggi non ha sbocco, è chiuso da un tappo di cemento. E oltre a essere diventato, in punti come questo, uno sversatoio in piena campagna, quando piove sommerge con le acque limacciose i territori di Pompei, Poggiomarino, Boscoreale e Scafati. Tempo fa i ragazzi del Movimento Scafati Arancione ci hanno fatto un blitz per documentarne lo sfacelo. E si sono imbattuti nei contadini che aravano la terra a pochi metri da lastre di amianto, carcasse di animali e di elettrodomestici. Gli ultimi surreali giapponesi di una terra definitivamente infelix, abbarbicati al cimitero di una civiltà inabissata nei rifiuti. Gli attivisti hanno anche trovato un cartello con l’insegna della Regione Campania. Ritrovamento altamente simbolico, ma che fa anche sorgere un dubbio: e se fossero dell’ente di Santa Lucia quei terreni devastati da una discarica illegale? “Non si sa – spiega Francesco Carotenuto, uno degli autori del sopralluogo – Stiamo cercando di capirlo, di appurare se sia un invaso o un sito di stoccaggio, e di sapere se siano previste bonifiche. Lo abbiamo chiesto a Monica Paolino, il consigliere regionale eletto in zona, ma ancora non abbiamo saputo nulla”. Abbiate fede.

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