Scampia uguale camorra, equazione conveniente

Scampia uguale camorra, equazione conveniente

di Massimiliano Amato
Massimiliano Amato

Nel gennaio del 2004, in piena guerra di camorra a Scampia, il massimo teorico del bassolinismo (all’epoca dominante), Mauro Calise, scriveva su Il Mattino: “Bisogna abituarsi all’idea che Napoli non è una sola. C’è una Napoli da cui tenersi alla larga e un’altra da godersi felice. Proprio come sa ogni turista della Grande Mela, che si guarda bene dal confondere Manhattan con il Bronx. Queste due Napoli diventeranno, con il tempo, sempre più lontane e nemiche. Fino al punto di potersi ignorare a vicenda”. Non scopriva assolutamente nulla di nuovo, Calise. Semmai si limitava a riciclare una teoria che Rudolph Giuliani aveva applicato proprio a New York, ridisegnando i perimetri della città da bere e di quella da evitare come la peste. La sortita del sociologo che ama i cappelloni texani innescò allora un dibattito stanco, sfiatato, che si esaurì in pochissimi giorni, quasi senza lasciare traccia. In fondo, si argomentava, dell’esistenza di “due città” all’interno del corpaccione malato della metropoli si parla da sempre (anche recentemente, sistematizzando in un bel volume le sue riflessioni, non è riuscito ad aggirare il vecchio luogo comune nemmeno il sociologo gesuita Domenico Pizzuti). Semmai, si aggiungeva, Giuliani ha copiato noi. C’erano, in tale impostazione liquidatoria, un errore di metodo e uno di merito. Ma nessuno ebbe tempo di accorgersene, tanta era in quei giorni la fretta di archiviare gli orrori di Scampia – dove la contabilità dei morti ammazzati andava quotidianamente aggiornata – come “altro” rispetto al resto della città. Dove erano gli errori, allora come oggi, considerato che questo cortocircuito culturale, emotivo e comunicazionale è sopravvissuto anche al declino del “vecchio ordine” politico e culturale e all’instaurazione del nuovo ordine “arancione”?
Le “due città” di cui si è sempre discusso, rappresentabili nella frusta dicotomia lazzari/signori, convivono in equilibrio perennemente instabile da secoli. Richiamandosi al caso americano, Calise però si era spinto oltre. Aveva in ultima analisi approfondito, sull’onda dell’emergenza criminale, il tema della “separatezza” tra esse, introducendo l’elemento della reciproca estraneità: una perfettamente integrata nel sistema delle regole della democratica e civile convivenza, l’altra completamente fuori. Era, in tutta evidenza, uno dei cascami della tesi sull’esistenza, a Napoli, di “quartieri Stato”, già azzardata da qualche camorrologo per la Sanità, i Quartieri Spagnoli, le banlieue della zona orientale. Un’impostazione che ha prodotto due effetti: il rinfocolarsi di una non dichiarata “guerra di civiltà” all’interno del perimetro della stessa metropoli, che ha marginalizzato l’anticamorra spontanea dei territori a favore del professionismo venuto da fuori, e l’archiviazione della vicenda Scampia a questione criminale tout court, da affrontare solo con l’arma della repressione poliziesca e giudiziaria.
Lasciando da parte il secondo aspetto, è bene concentrarsi sul primo. Se tu consideri Scampia (ma anche Barra, Ponticelli, la Sanità e via discorrendo) “altro” da te, sei naturaliter portato ad assumere lo stesso atteggiamento, mentale e psicologico, del colonizzatore che si sente incaricato di portare la civiltà dove la civiltà non c’è. Riguardatevi bene i fotogrammi che Garrone gira a Scampia o, se preferite, rileggetevi le pagine che al quartiere dedica Saviano. Coglierete, pur tra le licenze concesse a due opere del genere docu/fictional, proprio questo atteggiamento. Sia Garrone, sia, in misura esasperatamente maggiore, Saviano indossano i panni del colonizzatore. C’è un’ampia “terra di mezzo”, tra la trasfigurazione del reale impressa sulla pellicola e nelle pagine di Gomorra e i due “io” narranti, brutalmente sottratta a qualsiasi tentativo di rappresentazione. Come se non esistesse. E’ una “terra di mezzo” che noialtri professionisti dell’informazione abbiamo colpevolmente trascurato in tutti questi anni. E continuiamo a farlo. A parte qualche raro momento di resipiscenza: mi viene in mente la (giusta) diffidenza mostrata da moltissimi colleghi verso #occupyscampia, non molti mesi fa, iniziativa estemporanea che riproduceva plasticamente tutti i limiti dell’approccio al dramma infinito del quartiere che ho cercato di descrivere fin qui. E allora, quando Davide Cerullo afferma che dell’equazione Scampia=male assoluto abbiamo tutti carognescamente bisogno, ha tragicamente ragione. Il quartiere delle faide eterne, che si riproducono per partenogenesi all’ombra del più grande supermarket della droga dell’Italia meridionale (in questi giorni un altro omicidio) è, per dirla con Eduardo, una lavanderia per la coscienza di tanti: istituzioni, giornalisti, politici, società civile (laddove c’è, anche se comincio a dubitare seriamente della sua esistenza). Mi viene in mente la tesi portante di “Eroi di carta”, un gustosissimo pamphlet che Alessandro Dal Lago ha dedicato a Gomorra. “I lettori di destra, centro e sinistra, dopo averlo letto, si convinceranno di aver contribuito alla lotta contro il crimine organizzato, potranno dormire sonni tranquilli e tornare alle loro occupazioni. Ma, com’è noto, le mode vanno e vangono”, scrive Dal Lago nella prefazione. Sostituite il titolo del libro con il nome del quartiere e toccherete con mano la solitudine in cui si trovano spesso quelli come Davide, come Daniele Sanzone, come Ciro Corona, come i tanti ragazzi spontaneamente autorganizzatisi e di cui non ricordo tutti i nomi. Abbandonati dallo Stato, soggetti quotidianamente a spericolati tentativi di “civilizzazione coatta” dai tanti, troppi, professionisti dell’anticamorra ai quali, gratta gratta, di Scampia non frega assolutamente nulla.

redazioneIconfronti

Un pensiero su “Scampia uguale camorra, equazione conveniente

  1. Al di là dei concetti (articolati e condivisibili), negli scritti di Massimiliano Amato c’è il fascino della prosa di grande qualità. Un tratto di nobiltà molto raro, questo, nel giornalismo campano. Mi auguro di poterlo leggere spesso su questo blog che, essendo coordinato da Gigi Casciello e da Andrea Manzi, è per me una garanzia.
    Antonio

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