Scandalo all’Unisa / I progetti del disonore

Scandalo all’Unisa / I progetti del disonore
di Andrea Manzi

fondiUn controllo attento e un monitoraggio altrettanto approfondito sui fondi erogati dall’Unione Europea, dalla Regione e anche dai ministeri consentirebbe agevolmente di radiografare una mappa ragguardevole di anomalie tipicamente italiane. Non a caso la tenuta della coesione sociale, da diversi anni, si fonda su due pilastri: l’economia sommersa e il finanziamento di progetti vari. Intorno a questi ultimi è assiepata una folla di faccendieri ed esperti operatori che, agendo in nome di strutture intermedie spesso senza alcuna legittimazione sostanziale (fondazioni private, associazioni, centri di ricerca, università) artificiosamente connesse ad amministrazioni ed enti pubblici notoriamente poveri di idee e iniziative, drenano e utilizzano fiumi di soldi, lasciando però inalterate la fisionomia dei territori, soprattutto meridionali.
L’inchiesta che ha fatto venire a galla un presunto sistema truffaldino presso l’Università di Salerno, con la falsificazione da parte dei docenti dei rendiconti dei fondi di ricerca, si inserisce pertanto in una pratica diffusa, che da anni piega i cospicui finanziamenti elargiti a finalità clientelari e al sostegno improprio di strutture onerosissime e, talvolta, improduttive. Certo, fa specie che l’ipotesi della corruzione compaia in un’area che dovrebbe preservare, per dovere e per missione, eticità e correttezza dei comportamenti e il decoro della propria immagine. Ma soltanto gli ingenui possono meravigliarsi dello svelamento di questo nuovo focolaio di illegalità in area accademica, perché l’Università, più di tutti gli altri settori della nostra società, ha conservato per decenni una autonomia (e impunità) pressoché totale nella gestione della propria comunità e nella selezione della classe dirigente e docente. E quest’ultima ha offerto spettacoli non proprio edificanti in termini di familismo amorale e di positive ricadute della ricerca nell’economia di mercato. Al di là delle recenti e poco rassicuranti stime della produzione scientifica degli atenei italiani, basti, per un attimo, pensare alla effettiva capacità e competitività professionale dimostrata da certi docenti che preparano a quelle che un tempo venivano definite professioni liberali. Nella migliore delle ipotesi, al di fuori delle mura d’ateneo, costoro sono ombre desolanti: è il caso di dire che uomini e donne eticamente e scientificamente “tascabili”, nelle loro attività professionali, di gigantesco, dalle nostre parti, sono stati capaci di produrre soltanto le ombre.
L’economia sostenuta da fondi pubblici elargiti in base a progetti realizzati su indicazioni di bandi spesso fumosi e palesemente pilotati si sta rivelando, d’altra parte, un’allarmante fonte di inquinamento della nostra economia. La Campania in particolare (presa, ovviamente, quale punto limitato di osservazione, perché il fenomeno è diffusissimo) è così diventata una miniera di affari, un serbatoio elettorale, clientelare (anche accademico) da gestire. Strutture intermedie intercettano soldi pubblici per fini di auto sostentamento o per interessi occulti, attraverso progettazioni astratte e di comodo, fondate su formule standard, spesso replicate in più istanze con superficialità sconcertante, a riprova del fatto che il denaro richiesto non dovrà finanziare le attività fittiziamente documentate ma sostenere economicamente tutt’altri fini, spesso inconfessabili. Lo Stato e il “pubblico” in genere si rivelano così gli unici veri imprenditori per la sola economia possibile, quella a debito, lasciando inevase le autentiche domande di sviluppo e produttività. Tale circostanza diventa tanto più cancerogena perché spesso causata da quegli stessi rappresentanti delle istituzioni, della ricerca e della formazione che in altre sedi si lamentano della scarsità dei fondi a sostegno del loro operato e dello sviluppo ad esso connesso. Questa deriva è il logico sviluppo di un percorso immorale che, in pochi decenni, ha dilapidato ingenti risorse pubbliche, attraverso le più indegne forme di collusione e di complicità, a partire dall’ingresso ufficiale della camorra, negli anni del dopo terremoto, al tavolo delle trattative. Tra piani contro le emergenze, commissariati straordinari, cassa depositi e prestiti, patti territoriali, programmazioni centralizzate e negoziate sono arrivati nel nostro Mezzogiorno finanziamenti equivalenti a centinaia e centinaia di miliardi di euro, senza lasciare una sola traccia di sviluppo. Probabilmente, una delle cause di tale immane sciagura è costituita dal mancato dispiegamento di un’autentica egemonia culturale (in senso gramsciano) e dalla circostanza che la politica si è gradualmente indebolita, lasciandoci in balia, ad ogni livello, dei governanti di turno e delle loro lobbies.
Lo scandalo dell’Università di Salerno (una realtà che, d’altra parte, non ha mai brillato per qualità della ricerca e dell’insegnamento) conferma che la decomposizione del tessuto civile ha raggiunto anche gli operatori della “civitas” della scienza e del pensiero. L’auspicio è che la magistratura, in attesa che l’Italia provveda a un’autoriforma concreta di ogni sua articolazione sociale, sveli le fonti di inquinamento della nostra economia drogata dall’illegalità e dall’omertà complice. E dovrà anche ricomparire, al più presto, il coraggio della denuncia, come nel caso del ricercatore dell’Unisa che ha messo gli inquirenti sulle piste di truffatori e complici. Non si può continuare a veder passare la storia senza partecipare ai suoi corsi, servendo i padroni di oggi e aspettando quelli che verranno.

(I Confronti per Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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