Schegge meridiane / De Marco e il Sud della sinistra “razzista”

Schegge meridiane / De Marco e il Sud della sinistra “razzista”
di Andrea Manzi

“Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera. Il pensiero meridiano infatti è nato proprio nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, con l’apertura della cultura greca ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi”.
(“Il pensiero meridiano”-Franco Cassano)

Riproponiamo per i lettori de I Confronti una recensione di un testo “fondamentale” per la conoscenza e comprensione della sinistra italiana e dei suoi rapporti con il Mezzogiorno.

Il territorio meridionale è a rischio di dissoluzione democratica, soprattutto da quando la ricerca del consenso della sinistra ha sopravanzato l’adozione delle scelte. Anche in anni bui come questi, però, Napoli riesce in qualche caso a riproporre – senza tracciare, purtroppo, tendenze o inversioni di rotta – il valore di una cultura cosmopolitica europea. Cultura che ha saputo svolgere ruoli di autorevole supplenza, pensiamo all’illuminismo e alla tradizione originata da Croce. Anche in questo Sud dei rifiuti e delle vergogne mondiali, radicatosi negli ultimi quindici anni in atteggiamenti difensivi radicali, c’è traccia di quell’antico coraggio intellettuale che rinvia al Filangieri de “La filosofia in soccorso dei governi” e alla cultura intesa come amore per gli altri. Marco Demarco (foto) in “Bassa Italia” (Guida, pp. 208, 12 euro) denuncia il male della sinistra per tentare evidentemente di salvarne l’anima spesso persa in arcaismi maledetti. L’autore provoca sottilmente e induce il lettore ad un rapporto franco con il suo saggio sull’antimeridionalismo della sinistra meridionale: c’è in esso l’occasione ghiotta per scoprire, nel dramma di una tradizione politica “omologata e rinunciataria”, tracce di positività. Il percorso si snoda attraverso confutazioni stringenti e tesi ridefinitorie della possibile evoluzione della sinistra e prende d’infilata il razzismo che, complici i luoghi comuni del positivismo, condizionò personalità forti della politica e del pensiero dell’Italia post risorgimentale. Un tarlo che scalfì finanche il rigore analitico del “moderato” Giustino Fortunato. D’altra parte, il passo dal pregiudizio al razzismo è breve: ai socialisti a cavallo tra ‘800 e ‘900 le colpe del Mezzogiorno arretrato furono ricondotte non alla storia o alle contraddizioni del capitalismo ma alla natura e ai geni che avrebbero “condannato” i meridionali all’accidia, alla incapacità, al sentire criminale. “Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale e diede tutto il suo crisma – scriveva Antonio Gramsci – alla struttura meridionalista di questa cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orani… ancora una volta la scienza era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti…”. Lungo la via crucis di una diversità sociale ricondotta a pregiudizi antropologici ed etnici, questa sinistra “marchiata” attraversa con doppiezza la questione meridionale e anti-meridionale. E De Marco la (in)segue in un ampio arco storico: dalle controverse fasi del disegno nazional-statale dell’Unità al periodo radical-positivista del primo ‘900, fino “a certi gestori dei partiti personali, passando per i tanti rami di una cultura illiberale e neo-determinista”, che ha allestito reti propagandistiche senza alimentare una sola idea-forza o favorire la ri-nascita di un sistema rinviabile alle “menti associate” care a Cattaneo. La perduta regalità è stata evidente a tutti e la sinistra non ha visto (e non vede) che il futuro sta arrivando, dopo cinque secoli, dal mare: si può sbeffeggiare il pensiero meridiano, ma non si può negare che il Mediterraneo è per il Sud, al momento, la più concreta occasione di contemporaneità. Ebbene, “Bassa Italia” rompe un silenzio ed afferma così una sua rilevante funzione critica, bilanciando l’ammanco di conoscenze sui deficit di modernità della sinistra italiana e lanciando un monito. Il tempo non è una freccia, ci insegnò Vico e sembra volerci ricordare Demarco a proposito del razzismo di sinistra, per cui esistono stagioni che spesso ritornano e in qualche caso bisogna impedire che ciò accada.
Il Mezzogiorno muto – tradito da più generazioni di intellettuali che, attraverso la cultura, hanno tentato di ottenere riconoscimenti civici e sociali, attingendo a piene mani al fondo pubblico – ritrova una voce e ribadisce, con il disvelamento dell’atteggiamento settario e razzistico, nella scia di Salvemini e Gramsci, che la storia della questione meridionale non è affatto chiusa. Alcuni mesi fa, Ernesto Galli della Loggia sul Corsera indicò Demarco, Scotto di Luzio, Cappelli, Desiati come “un pugno di scrittori e di saggisti coraggiosi”: grazie alle loro denunce l’opinione pubblica del Sud depresso, sosteneva lo storico, è tornata ad esistere. In quell’articolo, Galli della Loggia rifletteva sull’attacco dell’ex ministro Luigi Berlinguer alla scuola meridionale, realtà sociale debole e friabile. Razzista anche lui? Chissà. Certo è che contro i gap delle democrazia, nella parte bassa dello stivale, abbiamo opposto spesso “meridiane” scorciatoie autoconsolatorie o superficiali revisionismi. Demarco non ci sta: è tempo di un’autocritica meridionale seria, precondizione per superare il dilemma anacronistico “populismo senza riforme o riforme senza popolo?” e liberare così la riflessione sul Meridione da orgogli e pregiudizi terribilmente speculari. I primi sono sudisti, i secondi in genere leghisti, ma identico, in entrambi, è l’impasto ideologico.
L’autore delinea così l’ordito di un’operazione culturale, che comprende e rilancia la denuncia dell’anacronismo di una sinistra che non ha favorito la nascita di un laboratorio critico sul Mezzogiorno. È una sinistra bieca, onnipotente e fustigatrice, della stessa pasta di quella che “rifiutò” l’eredità di Rocco Scotellaro. Alicata, Napolitano e Amendola intervennero sulla produzione del poeta con “un profondo settarismo ideologico” che si tradusse – ricorda Nicola Tranfaglia, in una recente ricostruzione storico-letteraria – “in una sostanziale incomprensione del contributo del poeta al risveglio delle masse contadine”. Quel settarismo politico e culturale (fu di stampo razzista?) fondava su presupposti arbitrari e fraudolenti; uomini come Compagna e Rossi-Doria, in quella logica, furono considerati “reazionari”, Carlo Levi e Guido Dorso erano vissuti come “gli utopisti del Partito d’Azione”. Socialisti e comunisti, da soli, eccola la logica egemone e razzista, potevano e dovevano rappresentare le ragioni dell’intero Mezzogiorno. Soltanto alla metà degli anni ’70 Giorgio Amendola si convinse dell’errore e fece il viaggio riparatorio a Tricarico. Il caso di Scotellaro, sul quale Tranfaglia ha denunciato ritardi e faziosità, fa da controcanto a quelli rilevati con rigore da Marco Demarco. Ne scaturisce un vivo rimpianto per le lezioni umane e l’indipendenza di giudizio di uomini che, come Gaetano Salvemini, seppero pensare oltre gli opportunismi e nell’area vasta delle eredità morali della migliore sinistra. Migliore nel senso di aver posto la soluzione del nodo meridionale alla base del programma socialista (Dorso, Rosselli, Gramsci). Altre correnti, gradualiste o anarco-sindacaliste che fossero, riaffermarono il datato “corporativismo sociale delle origini”. La questione meridionale è invece la rinnovata identità del riformismo. Eppure, nelle elezioni del 1976, con il raggiungimento del massimo storico da parte dei comunisti, si aprì un dibattito su “Rinascita” per archiviare la questione meridionale. I risultati delle urne avevano illuso sull’avvenuta unificazione del Paese. Un paradosso, ricordò in articoli incendiari Vittore Fiore: moriva il “sistema di Bretton Woods” e la sinistra puntava tutto sull’economia nazionale, di cui stave tramontando l’identità. Insomma, i mutamenti internazionali divaricavano il mercato interno, Nord e Sud si allontanano irrimediabilmente dopo decenni di politiche di accostamento ma la sinistra non capì nulla della congiuntura mondiale e dichiarò chiusa una questione meridionale mai risolta e sempre più lacerante. Razzismo della sinistra meridionale, dunque, ma anche ritardo e “ignoranza” nella comprensione di una progressiva e inarrestabile globalizzazione alla quale, fino a non molti anni fa, si è opposto un malinconico ruralismo comunista.
Non è più tempo di interrogarsi: siamo d’accordo con Marco Demarco nel ritenere che il destino del Sud non sia affatto compiuto. C’è da chiedersi però – e Demarco, prolifico e acutissimo autore, non è detto che non se ne occupi in un prossimo libro – se sia ancora il caso di scommettere sul rinnovamento possibile di una sinistra ormai in disarmo o di assumere, per una radicale discontinuità con il passato social-cominista e razzista, l’opzione liberale come unico percorso autenticamente moderno. Il liberalismo è compatibile con la democrazia economica, che potrebbe costituirne la sotterranea e in parte inedita vocazione. Una strada percorribile, se è vero che l’Europa libera e autorevole e non l’Italia dovrà costituire il nuovo riferimento per il Mezzogiorno. Evocando Boudon, Demarco, però, registra che gli intellettuali non amano il liberalismo. Fu di diverso avviso, circa ottant’anni fa, la grande filosofa Marìa Zambrano nel suo “Orizzonte del liberalismo”, un’opera politica giovanile densissima che, a Napoli, nella sua trama di fondo, è stata rilanciata da Aldo Trione in “Cara sinistra”, delizioso pamphlet di fine secolo sulla necessità di un liberalismo sociale come punto di approdo per moderne forze riformatrici.

redazioneIconfronti

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