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Scorciatoia per la morte

Scorciatoia per la morte

Scorciatoia per la morte
romanzo di Massimo Siviero
Pironti editore, pp. 190

 

di Giuseppe Amoroso
Massimo Siviero alla presentazione del suo libro

Massimo Siviero alla presentazione del suo libro

Il commissario Ercole Basile, torna a Napoli dopo la “parentesi milanese”. Ha alle spalle un matrimonio fallito e il rimpianto di non aver avuto successo nelle sue ormai trascorse indagini napoletane. Ma subito lo prende il tenebroso caso di un feroce rapinatore che, dopo ogni colpo in banca, uccide. Il suo sprezzante segno distintivo è quello di lasciare sul luogo del delitto un bottoncino di plastica a forma di margherita e con uno strass. Serrato, dal taglio secco di capitoli brevi, sempre in tensione, e dalla prosa nervosa e comunicativa, il nuovo romanzo poliziesco di Massimo Siviero, Scorciatoia per la morte (Pironti, pp.190), avvolge di intrigo una realtà scabrosa, la osserva con sguardo trasognato e critico, la scompone e la restituisce in una sorta di  atmosfera sempre più allucinata, in cui il particolare o il quadro di largo respiro, il volto martellato nella fatica di ogni giorno o quello nebbioso e sfuggente finiscono per far parte del medesimo stato di  avvelenata perplessità.
Le scene vibrano di concitati movimenti, creando una condizione visionaria (in controluce, costante e implacabile, si staglia l’architettura realistica dei contesti) che aggrega colori vivaci, varianti di ritmo (sorprendente appare l’alternarsi di dialogo riflessione e azione), rimandi subitanei di pensieri da una situazione all’altra attraverso il suggello  convincente apposto in calce a  un territorio di fatti sul punto di sgretolarsi. La minuziosa ricerca topografica di quartieri di una Napoli degradata, con l”arcipelago dei vicoli” che paiono avere “uno strano destino”, condomini che  “possono essere un campione per un’indagine sociale” (ma anche una città inimitabile, nella quale “un calpestio del selciato ha il merito di far rivivere la storia”), anonimi centri estetici e sfaldate periferie, accresce quel senso di oppressione diffuso, si accampa come un refrain  angoscioso, abbandonando anche l’ausilio che prorompe dall’accurata ricostruzione ambientale e da una folla di comparse trattenute nella storia da esili ma incancellabili note (si veda l’operaio cassintegrato che “urla continuamente sulle scale con i suoi acuti credendosi di essere Caruso”).

Quotidianamente a contatto con il crimine, il commissario ha pure le sue celate passioni, scrive versi, coltiva, in un cantuccio della sua sensibilità, la tentazione della musica, canticchia in immagini una sua “strofetta”, ma soprattutto in uno “stillicidio” di minimi fatti colleziona indizi che il “tarlo dentro” gli fa baluginare. A dettarli è la “ferocia di una tigre ferita” che lo proietta sulla scia del brutale killer, il quale, beffardo, lo sfida con telefonate, spionaggi e minacce a persone a lui vicine. Nel frattempo, un lieve ma persistente tracciato ironico (che serve per “ affrontare le cose con distacco”) increspa il movimento narrativo, fa arroventare le battute, perfora il tessuto più drammatico della tela romanzesca, sfiora il “vortice senza fine della morte”. Trascorrono i mesi, cambiano i colori del paesaggio, si infittiscono i personaggi e si moltiplicano le sorprese. Il libro risuona di un’animazione ora cupa, ora brillante, spinta a stampare sull’inchiesta un’impronta eccentrica, un enigmatico e sconvolgente dubbio, al cospetto di un caso assolutamente anomalo per la città. Sottoposti ad accanita analisi, i vari eventi delittuosi si dispongono su diversi piani e finiscono per rappresentare sempre, per il commissario, nuove modalità di ricerca, inanellando tematiche macabre: una “balconata di storia e di morte”, arche funerarie, uno sfogliacarte di provenienza esotica. Labirinti di avvisi misteriosi creano un quadro che forse nasce dalle “profondità abissali” della psiche, da quella “specie di suite sotto la corteccia chiamata l’immaginazione”.

Da contrasti agghiaccianti con l’idea di morte si delinea, per contrapposizione, una scenografia naturale di Napoli, mentre la indominabile libertà della scrittura schiude  scene nel tempo, stagioni lontane, una fortezza con più di settecento anni di storia,dominatrice di “questo popolo così arrendevole”. E, intanto, “ricomincia la danza macabra” nella “città di sempre”.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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