Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

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Scotellaro e il Sud degli Ultimi pronti alla lotta

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I conti aperti della poesia meridionale nella colta cornice della Fondazione Alario
di Pasquale De Cristofaro

pasquallllRocco Scotellaro avrebbe quest’anno compiuto novant’anni, era nato, infatti, nel 1923 a Tricarico. Nella sua vita fece tutto di corsa. Anche la morte lo colse troppo presto, ad appena trenta’anni nel 1953. La poesia e la politica furono le sue stelle. Fu, infatti, un poeta politico e/o un politico poeta. Insomma, portò nell’arido mondo politico la potenza immaginativa della poesia, il sogno di un mondo più giusto e la lieve speranza di una eguaglianza possibile; nel mondo della poesia portò, invece, l’esigenza di rifuggire il perimetro stretto della pura elegia ed incontrare la vita, quella misera dei suoi tanto amati “contadini del sud”. Tra i suoi maestri, sicuramente, Carlo Levi. Levi col suo famoso “Cristo si è fermato a Eboli”, rappresentava l’intellettualità torinese, razionalista ed illuminista, che, venuta in contatto con il Sud arretrato e pre-moderno, non sfuggì alle ambigue seduzioni del primitivo e arcano richiamo di un mondo fuori dal tempo storico e relegato nel mito. Sta di fatto che con la sua opera diede il via a tutta una serie di studi antropologici che da allora in avanti ebbero nella cultura italiana una grande fortuna, penso innanzitutto al magistero insuperato di Ernesto De Martino. Ma, Scotellaro sentiva fratelli anche un poeta e scrittore che la mia generazione ha amato assai: Cesare Pavese. Le Langhe piemontesi assomigliavano assai alla terra lucana; terre entrambi povere dove la miseria si confondeva con la voglia della fuga e della memoria. E, ancora, Scotellaro amava molto Sinisgalli; quest’ultimo, poeta raffinato e difficile che, pur essendo nato nel profondo Sud, i suoi interessi e studi porteranno nel profondo Nord. Alla corte del grande Olivetti, Sinisgalli poté coniugare il suo amore per gli studi scientifici combinandoli con il “furore” mai domato di scrivere versi. Infine, Scotellaro non poteva non riconoscere e specchiarsi in Albino Pierro, poeta appartato e notevole, soprattutto quando decise di scrivere nel suo ostico ed intraducibile dialetto di Tursi, suo paese d’origine. Di questo e d’altro si è discusso in una sera delicata presso il bellissimo cortile del palazzo della Fondazione Alario ad Ascea accompagnati dalle note sapienti della violinista Kameliya Naydenova. Le conclusioni sono state di Giuseppe Liuccio che con la sua proverbiale passione e grande esperienza del mondo cilentano ha dato un tocco ulteriore alla serata. Molta gente e tanta riconoscenza per la dirigenza della Fondazione che da quest’anno ha deciso di promuovere iniziative in favore dei turisti ai quali non basta più solo il mare.

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