Se diffami magistrati e politici ti costerà fino a 9 anni di carcere

Se diffami magistrati e politici ti costerà fino a 9 anni di carcere
di Barbara Ruggiero
Barbara Ruggiero
Barbara Ruggiero

Diffamare un politico, un amministratore pubblico o un magistrato potrebbe essere – per legge – più grave che diffamare un semplice cittadino. Lo prevede un ddl approvato in Commissione Giustizia al Senato. Se il disegno di legge fosse approvato in Aula così come è, ci sarebbe la definizione di reato aggravato – art.339 bis del Codice Penale – per chi, nell’esercizio dell’attività giornalistica, diffami un politico, un magistrato o un amministratore pubblico.

Per la diffamazione a danno di un cittadino comune si rischia fino a sei anni di carcere; ma se il danneggiato è un politico o un magistrato, gli anni di pena passano a nove.

Sull’argomento si sono espressi Ordine dei Giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa. I due organismi hanno apertamente criticato una norma che rischia di creare per legge cittadini di serie A e B.

“Da un lato  – ha scritto in una nota l’Esecutivo dell’Ordine – si sbandiera come già realizzata (ma di fatto insabbiata) l’abolizione del carcere per la diffamazione a mezzo stampa, dall’altro, con un blitz, si inaspriscono le pene determinando una disparità di trattamento tra politici e magistrati – che vengono considerati cittadini di serie A – e tutti gli altri. Non può essere giustificabile la  motivazione secondo cui il provvedimento nasce da una presunta tutela degli amministratori pubblici da intimidazioni, violenze o minacce finalizzate a bloccarne il mandato. Anzi, in realtà – conclude la nota – si accentua il tentativo di intimidire i giornalisti limitando il diritto dei cittadini ad essere informati”.

“Non stupisce più di tanto – commentano dalla Fnsi il segretario generale Lorusso e il presidente Giulietti – che, nel tentativo di tutelare se stessa, la classe politica abbia espresso un voto ‘quasi unanime’ sul testo, prevedendo, tra gli altri provvedimenti, un inasprimento delle pene a carico dei giornalisti che dovessero essere giudicati colpevoli di diffamazione ai danni di magistrati o politici. Quel che stupisce è che si tenti di affermare l’esistenza di una categoria di cittadini ‘più uguali’ degli altri”.

E tutto questo mentre restano in sospeso questioni cruciali per il lavoro dei giornalisti. “Ancora più grave – spiegano i vertici della Fnsi – è che il Parlamento lavori ad inasprire le sanzioni a carico dei giornalisti, mentre nessuna risposta è stata ancora data al problema delle cosiddette ‘querele temerarie’ né alla richiesta di cancellare il carcere per i giornalisti, strumenti divenuti armi improprie utilizzate sempre più spesso contro i cronisti, in particolare contro quelli che per svolgere il proprio dovere fanno i conti ogni giorno con le minacce e le intimidazioni della criminalità”.

Il provvedimento al centro delle polemiche è stato approvato lo scorso 3 maggio in Commissione Giustizia al Senato ed è stato immediatamente ribattezzato come “legge pro casta”.

redazioneIconfronti

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