Mer. Lug 17th, 2019

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Se il declino del Palazzo travolge il “salotto” di Bruno Vespa

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Porta a Porta è ormai lo specchio di una realtà tragicamente implosa, quindi inattuale…
il corsivista
Foto: lanostratv.it

Com’era triste ieri lo studio di Vespa nel quale da anni il potere resiste e l’informazione geme. Il lamento del giornalismo arriva ormai flebile attraverso la fitta trama di parole costruite per salvare il salvabile, ritardando l’ormai inevitabile resa dei conti Cittadino-Potere. Il regime è questo, una macchina che si autotutela, intessendo sagge relazioni in una rete di invisibili ma solide compromissioni amicali. La “falsità” si coglie ormai a pelle, ogni parola è cellophanata, ogni battuta infoderata sapientemente dal cerimoniere nel velluto soffice che compiace e redime, nel velo idiomatico che nasconde e trasforma. L’avete visto Caldoro? Si inseriva a meraviglia in un’atmosfera costruita ad arte, predefinita nel dettaglio, rassicurante per statuto, nella quale il mondo è ridotto a pura rappresentazione e la realtà sgradita resta innocua fuori dello studio. La Campania è diventata così – grazie agli assist del conduttore-spalla – la punta avanzata di un percorso virtuoso di moralizzazione, quando poi è un dato di fatto che delicatissime inchieste dagli esiti imprevedibili sono tuttora in corso e l’attuale gestione della Regione non riesce a spendere nemmeno i fondi europei, ragion per cui, entro il 2013, rischia di dover restituire 4 miliardi tondi tondi all’Europa. Ma tant’è… L’inchiesta giornalistica non ha spazio nello studio di Vespa, perché essa è il banco di prova del giornalismo maturo e nacque per svelare al cittadino la realtà delle cose, favorendogliene l’inquadratura e la coscienza. Ma il “giornalismo maturo” è un impegno serio, gravoso, colto e popolare ad un tempo e non potrà mai abitare in uno studio tv, fosse anche quello dell’emittente ammiraglia del servizio pubblico, dove entra compiaciuto e tranquillo soltanto il “palazzo”. L’informazione è come i processi, ha bisogno delle “parti” in causa, di fasci ampi di verosimiglianze attraverso i quali ricomporre l’unità della vita. Se diventa monocorde, scade in una ben camuffata comunicazione pubblica, che parlerà inevitabilmente la lingua di chi “è” e di chi “ha”, non di tutti gli altri. Il giornalista, a quel punto, indossa abiti curiali, perde ogni funzione civica e si trasforma in funzionario di qualcosa o di qualcuno. Questa mutazione genetica si rappresenta ogni sera in quel salotto e, con essa, la fine clamorosa di un’esperienza totalmente implosa per cortigianeria e viltà nei confronti del potere politico. Rattrista ancor di più, pertanto, che il regista dello spettacolo mortifero di una tv pubblica prona al potere, pur aggirandosi ormai tra “piccole cose di pessimo gusto”, a differenza del più astuto Maurizio Costanzo, ancora se la tira e ancora confonde, per dirla con Massimo Fini, la potenza del mezzo con la propria.


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