Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Se il micromondo va nei piccoli gorghi di una scia

3 min read
"La porta del giovedì" di Lucio Falcone / recensione di Giuseppe Amoroso
di Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso
Il critico Giuseppe Amoroso

Parole sole,”parolesenzavòce” circondate dal silenzio; parole “segrete” che chiedono spazio, e parole cui è negata la spinta a dare l’avvio a un discorso aperto con l’assenza,con il vuoto degli incroci della notte,con la “fumosa malinconia”. E soprattutto parole accorpate in un impasto fonico ed espressivo in grado di far esplodere, anche mediante percussione di accenti, un’immagine nella sua immediata folgorazione e in un ventaglio di proposte, nel “saporeramàro di un kòntokenontòrna”. Il procedimento ellittico che esalta il singolo lemma rastremato, gli accorpamenti o gli anelli, gli aculei della catena verbale, dà ai versi di Lucio Falcone (La porta del giovedì, Pungitopo, Gioiosa Marea, pp.86) un che di ieratico, di esclamativo, di assoluto, ma, insieme, anche un sommesso sussurro, quasi un suono in diminuendo, pronto a sottrarsi per lasciare un’eco indistinta, una breve nota, un segnale in frammenti, una flebile promessa di ritorno. Questo oscillare di toni alti e bassi, perentori e polivalenti modula un discorso di ambigue forme, quella scherma di apparizioni e sparizioni di quadri che concede alla lirica la promessa di un raggio indefinito di immagini indissolubilmente legato al loro stingere nell’eco e poi in una dissoluzione di scie e di derive. Rincorrere le perdite attraverso il gioco del sorriso, il calembour, la rete di un rebus, la deflagrazione di un neologismo, la pazienza maliziosa di tessere un nuovo sillabario di emozioni, un ermetico appuntamento di sensi: così l’autore insegue il progetto di poesia sigillata nella sua elegante distanza da se stessa. Emergono interrogativi, concatenazioni di richiami oscuri che cancellano il visibile mantenendone la “promessa di inganni”, un “lume ke si posa indifferente/sulla soglia di partenza/o traguardo senza destinazione”.

Spesso si tratta di una “falsa partenza” che racchiude una grande riserva di acrobatici innesti lessicali con cui indicare un “passaggionuòvo/slancio-campo-viadifuga” lungo un viaggio reale e simbolico per oltrepassare il “buio ketinghiotte” e raggiungere una salvifica “isola pietrosa”, l’“isolanfatàta”. Un viaggio nelle descrizioni battenti, inchiodate dalla lettura immediata dei versi, di un cammino fatto di gridi e di lamenti dentro un tempo indecifrabile che “vuota le case”, circonda l’uomo di solitudine, illude con la sua “luce di un altrove”. Il filo pensoso (un veicolo di autopunizione infligge sferzate alla pagina, fomenta gli impeti di ribellione ai quali l’io stenta a porre un freno) catalizza sulle macerie di altri dolori sensazioni di margine e le raccoglie perché non se ne perda traccia. Il volume appare così anche una ricerca dell’ininfluente, del periferico, del perduto da passare “al vaglio del setaccio”, al fine di animare un paesaggio-globo ricchissimo di particelle anonime, di riflessi molecolari impediti, dal veloce ritmo del discorso, di aggregarsi in scene più complete, in spazi e vocalità compiuti: da qui l’inesauribile tensione del racconto autobiografico di Falcone che, non occupando gli spazi della confessione totale, si affida o al liquido colore di un’immagine o al seghettato brivido del “passo falso”, del segmento “insepolto”, di qualcosa d’altro navigante nel nero del diario, del taccuino.

Pungente in ogni codice stilistico, impetuoso e invadente, lavorato con l’oro barocco del cesello, ridotto in scaglie, in schizzi di sillabe aggressive, il linguaggio stacca lettere come monodie, atomi di antiche radici regionali e pronunce distoniche, talora criptiche, reiterate e stordenti, flash lessicali scattati da una voluta alterazione sibillina e poi come ripristinati nella lezione di un testo parallelo, interlineare, più affabile e felice anche nella sua astratta cultura del non-senso. Una soluzione di poesia coraggiosa, incredibilmente d’avanguardia pure là dove si avvale di meccanismi tipici della più eccentrica letteratura recente. Disposta a fornire al lettore prospettive inesauribili di conoscenza e forse un “saporedinùvola”. Su un piano di deragliamento continuo transitano le tematiche del sogno e dell’attesa, gli ideali di una “nuova linea di orizzonte”, i luoghi spesso ridotti a pure linee, i volti intravisti più che profilati e le esposizioni dell’io (su capricciosi sfondi marini e “incantevoli panorami”), appartato (intermittente?) cantore di una “vita ke scivola sulla vita”. Un micromondo mai trascritto su un esteso Journal della cronaca. È. invece, dentro una pagina di epigrafi e cantilene, parodie e filtrate memorie che possono rinviare a Stefano D’Arrigo, perifrasi e paradossi smorzati nei piccoli gorghi di una “scia”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *