Se la parola poetica abbatte i recinti ed entra nella pelle

Se la parola poetica abbatte i recinti ed entra nella pelle
di Elvira Sessa

infiniRimediarla la vita, jamais, ma di

riappropriazione dico, perché quisqueciascuno è

fabbro e averla tra le mani che tanto tengono a

energizzare connesse per rifiatare gli assoluti assoli

dell’io totale che sale da un profondo messo a luce e,

se appena è possibile, a voce. Dunque di percezione,

i punti dico, che a fiume conducono di calma chiara,

annegare i deliri, sfrangere le paure del poi, risistemare il

prima, a luce di fresca nascita di un infinito presente.”

 

Le parole di Luciana Gravina sono così: camaleontiche, disorientanti, avventurose, giocose, a volte imbarazzanti. Sì, imbarazzanti. Perchè, nella loro vitalità, “interrogano” il lettore, lo mettono spalle al muro. Gli richiedono attenzione e consapevolezza.

In questo senso, sono parole “difficili”. Perché non tendono a “muovere i sentimenti”, e conquistare facili consensi, tutt’altro. Come spiega Rino Malinconico nella Prefazione del libro: “La voce di Gravina è particolarmente felice nel contraddire linguisticamente ogni regola ed ogni convenzione.(…) Continua così l’azione di contrasto che Gravina persegue fin dall’avvio della sua personalissima ricerca poetica: contrasto verso il manierismo ermetico, verso l’accademismo di tanta poesia civile, verso il sentimentalismo della tradizione romantica italiana”. Quale voce del neo-sperimentalismo poetico, Gravina fa risplendere la lingua italiana, perché sostituisce alla parola logorata e banalizzata dall’uso, una parola che si fa suono, sentimento, e, soprattutto, gioco ad incastri, “sporcandosi” con vocaboli latini, francesi, tedeschi. Una parola, in definitiva, che abbatte recinti non solo sintattici ma anche temporali e spaziali, per recuperare il suo significato più autentico, entrando nella pelle del lettore. Così, quello che apparentemente risulta un esercizio stilistico si rivela invece un energico sprone rivolto al “quisqueciascuno” a non “rimediare la vita, jamais”, ma, piuttosto, a farsi “fabbro”, abbattendo le prigioni invisibili fatte da presunte certezze e confini, per far “rifiatare” gli “assoluti assoli”, e, finalmente, vivere intensamente il presente (“risistemare il prima a luce di fresca nascita di un infinito presente”). Così nasce “L’Infinito Presente”, una raccolta di composizioni suddivisa in tre parti: Spiralitudine, Percezioni, I punti, e seguita dalla sezione “Recuperi”, dedicata a testi pubblicati dal 1991 al 2006 in riviste quali “Il Verri”e “Paese Sera”.

Luciana Gravina, nata a Buonabitacolo (in provincia di Salerno), è stata dirigente del MIUR per i Servizi Ispettivi. Per la poesia ha pubblicato: A folle da uno a due, Roma, 1979; La Polena, Edizioni Levante di Bari, 1984; E se…, Edizioni Rossi e Spera, Roma 1986; M’attondo il giorno, Edizioni ArtEuropa, Roma 2003; Del senso e del sé, Edizioni ArtEuropa, Roma 2006. Altri suoi testi sono presenti in riviste specializzate, quali Il Verri, Artista-Arti Segrete, Paese Sera, Harta, Artista Italia. È presente nelle antologie Le rose e i terremoti di E.Catalano, Ed. Osanna, Venosa, 1986, La svolta della rivolta di Lotierzo, Nigro, Piromalli, Spinelli, Ed. Capuano, Francavilla, 1988, Le Lucane di Rosa Maria Fusco, Ed. Osanna, 1980. È stata redattrice della rivista politico-culturale Lucania Democratica, edita a Potenza. Ha collaborato con il quotidiano Il Corriere del Giorno di Taranto. Ha collaborato per le rubriche di cultura e società con Paese Sera, La Scena Illustrata, Giustizia Nuova, L’altra Italia, L’Albero, Pugliascuola, La Fiera Letteraria, Quaderni Meridionali.

 

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *