Se la vita sia tragedia senza teatro

Se la vita sia tragedia senza teatro

Pubblichiamo con piacere questo intervento di Franco G. Forte relativo alla provocazione sul teatro a Salerno del regista Pasquale De Cristofaro, alla quale hanno fatto seguito gli interventi di Luciana Libero e di Francesco Tozza e un nuovo recente intervento, più o meno legato al primo, dello stesso De Cristofaro.

Caro direttore,

se potessi contribuire alla interessante discussione sulle sorti del teatro a Salerno (e altrove) in corso su “I Confronti”, con una breve nota finzionale (d’aspetto), sarei contento. Che io mi metta nella posizione che più mi si confà (di traverso), peraltro, poco importa ai miei cari Luciana, Franco e Pasquale.

Un saluto affettuoso. F.G.F.

 

[…] in quel tramestio, tra quella polvere, nell’incerta sorte, tra la penuria

e l’iperbole, tra gente nutrita di aspro cibo e dolci applausi

Renato Simoni

di Franco G. Forte
Rievocazione di Levi a Grassano (Mt)
Rievocazione di Levi a Grassano (Mt)

Grassano, sul crinale tra il Bilioso e la valle del Basento. Il carro (dei siciliani), coperto da un telone, è tirato da un ronzino malnutrito. Gli attori – il padre capocomico, la madre febbricitante, le due figlie con i rispettivi mariti, qualche altro familiare – dalla piazza sciamano per le vie attorno e per le case sparse alla ricerca di ospitalità al minimo di spesa.

Nessuno del paese s’aspettava, certo, uno di quei Carri che da qualche anno, dopo il debutto a Gardone Riviera con La Figlia di Jorio, alla presenza dell’Autore, battevano la provincia d’Italia con il cupolone di notti stellate ideato da don Mariano Fortuny [senza dire dei Tespi lirici che l’Opera Nazionale Dopolavoro spediva in tour con 300 e più maestranze e un doppio palcoscenico comprensivo di pioggia, fulmini ed ogni speciale effetto climatico, atto ad impressionare la folla seduta in triplice ordine di posti]. Tuttavia il carro degli isolani è davvero troppo sconquassato, è ’na triòbbola, con poche e consunte attrezzature di scena e pure una delle attrici incinta.

Ciò che, invece, non manca a questa troupe scavalcamontagne è un’aura compunta, assai dignitosa. Se, dopo un paio di colloqui, la mimica paterna ricorda i tic veristi di Zacconi, le donne paiono da subito dee – la madre, opulenta e sensuale Giunone arcaica; le figlie, ninfe boschive, driadi un po’ zinzulòse ma colorate -.

[A Hochdorf, furono condotti a teatro, un granaio accanto all’orto. La decorazione fu apprezzata: era ammodo. Si capiva che tela e colori erano di vile prezzo e la fatica del pittore […] trovava in se stessa il suo compenso. La brutta commedia […] piacque per l’intrigo e il ritmo del suo procedere: […] due innamorati tentavano di strappare al suo tutore una fanciulla che si contendevano l’un l’altro. Wilhelm pensava che così doveva essere agli inizi del teatro […]. L’uomo grossolano è contento quando vede succedere qualcosa; quello raffinato vuole sentire e a chi è molto colto piace riflettere] (Goethe, La missione teatrale di W. M.)

 Al tempo di Levi confinato, il paese è, sulla collina, tutto a ridosso della Chiesa Madre, non s’è ancora sviluppato lungo la Meridionale e verso Serra Martella. Alle spalle delle vecchie case, il paesaggio si riempie di rocce malamente ammassate, con improvvise fenditure, abitate da rondini, corvi, frungilli, malevizzi, verzellini, cardilli e verdoni, e di alte, ripide pareti di ciottoli e sabbia, il cui colore alterna ruggine e paglierino, scavate dentro a formare, una dopo l’altra ed in gran numero, cantine e niviere. Tutt’attorno, ortica, mentuccia, origano e, in primavera, i fiori gialli del verbasco, more e cicoria.

Una di queste grotte, sistemata con panche da scuola ed un breve rialzo, la sera della recita è piena di contadini di Grassano, Grottole, Tricarico, ben disposti verso l’annunciata rappresentazione, la Fiaccola sotto il moggio, dove accade questo: ad Anversa d’Abruzzo è vigilia di Pentecoste e nella casa dei Sangro, Gigliola, figlia della contessa assassinata l’anno prima, sospetta che Angizia, già serva, abbia indotto il padre, Tibaldo, all’uxoricidio, per farsi sposare. La giovane si conferma nel proposito di uccidere la matrigna, ma dovrà anche uccidere se stessa per non sopravvivere all’onta. Così, si fa mordere le mani in una sacca di serpi velenose e corre verso la stanza della nemica, ma la trova già morta per mano di Tibaldo, il quale grida di aver compiuto il gesto per evitare che lo facesse la figlia (- Perché la mano tua / non si contaminasse, / figlia, l’ho fatto) e per purgare la sua colpevolezza (In questo / sacrifizio ho lavata / la mia vergogna)

Velato, ma mica tanto, è anche il motivo della gelosia e dell’infedeltà coniugale. Fallito il sacrificio, la fiaccola votiva dovrà essere lasciata spenta sotto il moggio. Il male trionfa, il sesso è maledetto e distrugge.

Con quale stato d’animo Levi si appresti a digerire la retorica del vate, si può immaginare. Eppure, le cose vanno così: le donne, dai grandi occhi vuoti e dai gesti pieni di una passione fissata e immobile, recitano superbamente su quel palchetto di quattro passi. L’opera di D’Annunzio, svuotata del suo linguismo, rimane “quel che avrebbe dovuto essere e non era, una feroce vicenda di passioni ferme, nel mondo senza tempo della terra”.

 [Chi non sarebbe felice di ottenere un tale successo? Che profondo senso di gioia se si potessero diffondere ovunque, come per una scintilla elettrica, anche i sentimenti nobili, degni dell’umanità, e accendere nei petti un entusiasmo simile a quello che aveva suscitato quella gente […] e se si potesse infondere negli uomini il sentimento di comunanza e infiammarlo con la rappresentazione della felicità e del dolore, della saggezza e della follia, della vanità e della stoltezza, scuotendone la stagnante pigrizia dei cuori, allora solo potrebbe avvenire quello che si attendeva dalla tragedia l’antico filosofo, la purificazione delle passioni]. (Goethe cit.)

 Ma, più ancora che alle attrici, la conversione si deve al pubblico, che assorto ascolta di fiumi e monti non lontani. Gli spiriti ed i demoni che passano nella tragedia sono gli stessi delle loro argille. Da luoghi simili è partito l’Abruzzese, il traditore che ha sovrapposto ad una società fissa e primordiale la mobile brillantezza dei cantari nazionali. Ebbene, le attrici di Sicilia ed il pubblico di Lucania percorrono la strada a ritroso, svestendo la poesia e ritrovando il cuore della terra.

 

redazioneIconfronti

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