Home
Tu sei qui: Home » In evidenza » Se lo Stato preferisce l’uso della forza all’esercizio della ragione

Se lo Stato preferisce l’uso della forza all’esercizio della ragione

Se lo Stato preferisce l’uso della forza all’esercizio della ragione
di Rosaria Fortuna

Essere bambini, essere adolescenti, in un quartiere piuttosto che in un altro, cambia la vita, talvolta per sempre, così ci insegnano. La partizione dei luoghi per classi sociali è utile agli adulti per garantirsi l’idea di poter continuare a vivere, alle stesse condizioni, negli stessi posti e negli stessi contesti, attraverso i figli, dopo la morte, convincendosi anche di aver contribuito a migliorare il mondo, mentre si sono solo innalzate mura altissime per proteggere se stessi e la propria famiglia. Se partissimo da questo, e cioè dal fatto che la paura, in tutte le sue sfumature, determina la gran parte delle nostre azioni, dovremmo considerare diversamente l’intransigenza, dimostrata dalla legge, nei confronti dei ragazzini, rei di aver ferito il loro coetaneo a Napoli, in via Foria, un anno fa. L’intransigenza della legge è uguale all’ostinazione, la negazione dell’atto doloso, da parte degli aggressori, ed è uguale al rifiuto del ragazzo ferito di perdonare i suoi aggressori. Per tutti “la paura” ha preso il sopravvento sul dolore, e sulla rielaborazione dell’accaduto. Rielaborazione necessaria per lo Stato e per la società per andare al di là del fatto di cronaca, e per cambiare davvero la realtà, scopo unico e utile del dolore, in qualsiasi circostanza.

Rosaria Fortuna

Rosaria Fortuna

Nel caso dello Stato, che gestisce l’uso della forza, affermare con decisione e senza sconti che esistano i buoni e i cattivi serve per rassicurare i cittadini, convincendoli del fatto che i cattivi mai più faranno del male. Poco importa che i cattivi in questione siano dei bambini. Per il ragazzo ferito, la paura della morte, scampata e alle spalle, paura che è anche e soprattutto della famiglia del ragazzo di perderlo, senza colpe, malgrado le mura a difesa, è  talmente ancora presente da ritenere la condanna inflitta ai suoi aggressori non soddisfacente. Nel caso degli aggressori, la paura, per loro, più della punizione o della morte, è  quella di non essere “giusti”, uguali agli altri, a coloro che incontrano per strada ma che anziché uscire dai vicoli, come loro, escono dai palazzi.

Nascere in un luogo piuttosto che in un altro, e in un contesto sociale piuttosto che un altro, è un caso che può essere sempre ribaltato. Questo dovremmo spiegare ai più  giovani. Se non lo facciamo, dobbiamo farci aiutare dal braccio armato della legge. Solo che il braccio armato della legge serve per gestire l’eccezionalità, e mai può e deve sostituire l’educazione alla socialità, l’unica in grado di farci assorbire al meglio l’impatto con il mondo degli altri, e che ci permette di abbattere i ghetti, che tanto ci piace costruire, a furia di mura e di liste di buoni e di cattivi, al punto di ghettizzare e condannare anche i bambini. A Napoli, capita ogni frazione di secondo che i buoni e i cattivi si incontrino, collidano, in maniera superficiale, talvolta letale. Un’attitudine di tutte le metropoli. L’attraversamento delle metropoli è un attraversamento fisico, un corpo a corpo incessante. Talvolta la violenza diventa la traccia di questo attraversamento, come è accaduto ad Arturo, nell’affollata via Foria, luogo di incontro di bambini/adolescenti, compressi tra i vicoli interminabili di via Duomo, dei Tribunali e della Sanità. Uno sciamare continuo che dovrebbe far pensare, prima di far indignare. La strada serve a questi ragazzini per farsi comunità, ma anche per demarcare il territorio, attraverso la caccia al diverso. Solo che diversi lo siamo tutti, e osservare la diversità altrui per curiosità ci accomuna per strada. Gli spazi della tana, della casa, sono ridotti. La tana non ha la profondità e le varietà umane necessarie per potersi allargare, confrontare, scontrare. Condizioni che chi vive in un vicolo conosce perfettamente ma che chi vive protetto dalle porte blindate ignora, visto che la sua vita non ha la strada come parametro di valutazione della realtà. La strada è per lui solo un luogo di “attraversamento” rapido, e perciò stesso ostile. Eppure non ci sono differenze e distanze tra un adolescente, cresciuto con le aspettative di una famiglia borghese, famiglia che lo vuole integrato e rispettato socialmente, e un altro, che deve imparare da piccolo che serve reagire per primo per farsi rispettare e riconoscere, anche in mancanza di conflitto, al punto di innescare delle situazioni di violenza estrema, per dare un senso alla propria esistenza in via. In entrambi i casi i giovani calzano un vestito fatto su misura dalla famiglia, e a quello devono aderire pena l’esclusione dal proprio mondo. Ma la vita, non lo Stato o la famiglia, permette di scegliere e permette di poter entrare ed uscire da tutti i mondi possibili. Non esiste un mondo che sia solo nostro. E questo il nocciolo del problema, ma noi continuiamo a crederlo, al punto che anche nel narrare i fatti di via Foria, chi ce li ha raccontati ha accesso la luce su un solo protagonista, il ferito, l’unico a cui venga riconosciuto il diritto al nome anagrafico, a rimarcare la sua bontà e la sua giustezza sociale. Al cattivo, il capo del gruppo di aggressori, è invece negato il nome anagrafico, e perciò stesso condannato, senza possibilità di appello, dalla società, visto che con il nome anagrafico si è riconosciuti dal mondo non solo dal vicolo, o dalla tribù. Eppure i due, sono vicini e speculari, vittime entrambi di quel cordone di appartenenza alla propria classe sociale, così difficile da tagliare, e che impedisce al dolore di fluire e di perdonare, per permettere il riconoscimento dell’altro, e che fa della paura l’unico sentimento in grado di dare forma al sé, al punto di permeare anche la risposta dello Stato, senza sconti per nessuno, ferito e assalitore, poiché lo Stato che dovrebbe fare da ponte tra i due preferisce usare la forza in luogo della ragione, ragione che ammette l’errore e il suo superamento, attraverso la prospettiva di una realtà differente che porti più in là dell’errore e della paura.

In copertina, un antico palazzo in via Foria

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3644

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto