Se muore il teatro, si desertifica l’umanità

Se muore il teatro, si desertifica l’umanità

Domani, sabato, 23 aprile, a Salerno si parlerà di teatro, in occasione della presentazione del numero speciale della rivista Left Wing dedicato, appunto, alla scena, “un filo conduttore per ricostruire i pezzi di una cultura politica”. L’incontro, moderato dal filosofo Massimo Adinolfi, editorialista del Mattino, si svolgerà a partire dalle 18 presso la libreria Imagine’s book di Corso Garibaldi 142. In questo clima di confronto e di necessarie ridefinizioni strategiche della politica culturale, pubblichiamo questo intervento sul tema del regista Pasquale De Cristofaro, opinionista de I Confronti.

di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Parlare oggi di teatro è sempre più difficile. Mi sembra, intanto, che al di là di una ristrettissima cerchia di iniziati l’argomento non suscita particolari passioni. Insomma, è una necessità per pochissimi, per molti solo qualcosa da mantenere in vita per non venir meno ad una antica e gloriosa consuetudine culturale. Intanto, chi deve far quadrare i bilanci e deve operare dei tagli, non ci pensa su due volte e comincia sempre a tagliare dalle scene, ritenute ormai un bene superfluo. In realtà, il teatro è fatto di persone, artisti e maestranze, che mai come oggi passano momenti davvero tristi. Mal pagati o pagati con notevole ritardo, non ce la fanno più a sopportare il peso di una crisi di liquidità che sta li sta sfiancando. Il sistema ha necessità d’essere ripensato completamente se non si vuole rischiare la sua definitiva rottamazione. La legge del ministro Franceschini e i ritardi nei pagamenti delle somme già deliberate dal Ministero e dalle Regioni non sono certo d’aiuto. Detto questo, il teatro come l’ho conosciuto io, non esiste più da un pezzo. Sono figlio del “novecento” e questo secolo è la mia tradizione. Teatralmente parlando, il “novecento” non è stato affatto un “secolo breve”. Tutt’altro. È stato un secolo lungo e d’oro. Si sono succedute delle straordinarie e meravigliose avventure che ne hanno scompaginato e ristrutturato codici, linguaggi e modalità. È stato, per fare solo un esempio, il secolo della “regia” intesa come rivendicazione consapevole dell’autonomia delle scene rispetto all’antica centralità del testo scritto. Pur essendo nata, inizialmente, come un “ritorno all’ordine” dopo le sregolate stagioni degli attori e delle loro intemperanze verso la pagina scritta, successivamente, e proprio sulla soglia del XX secolo, essa si propose come sintesi possibile e motore per un “nuovo teatro”. Come non ricordare a tale proposito, Gordon Craig che proprio agli inizi di quel secolo, indicando il nuovo drammaturgo come discendente dal danzatore piuttosto che dal poeta, stabilì per quest’arte, una nuova ripartenza. Da allora cambiò tutto. Una rivendicazione che porterà i nuovi artefici delle scene a traguardi mai neppure immaginati. Cavalieri dell’Apocalisse, “utopici sognatori”, resero le scene un’avventura non solo artistica ma umana tra le più profonde che l’uomo avesse potuto produrre. Oggi, il disinteresse crescente di una scellerata classe politica e un pubblico sempre più numeroso di consumatori di contatti e contenuti informatici, hanno reso il teatro desueto ed inutile. Purtroppo la massa non sa, o finge di non sapere, che se muore il teatro muore quella che è da sempre una tra le naturali esigenze sociali, l’incontro reale tra persone reali. Un’azione poetica e un atto politico da cui non possiamo prescindere, pena, una desertificazione crescente d’umanità dentro ognuno di noi.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *