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Senegalesi, lo strisciante apartheid dell’informazione a Salerno

Senegalesi, lo strisciante apartheid dell’informazione a Salerno
di Gennaro Avallone

I negri non sanno scrivere. I negri hanno necessità di un bianco che scriva per loro. I negri devono ripetere ciò che pensano i bianchi, altrimenti sono ‘inquietanti’. I negri vengono chiamati per nome nonostante abbiano un cognome.
È questo che si impara leggendo le notizie presentate dalla stampa locale in merito alle analisi, proposte e rivendicazioni provenienti dall’Associazione senegalesi di Salerno.
Indipendentemente dal merito delle proposte, che possono essere condivise o meno, ciò che colpisce è il modo in cui ampia parte della stampa presenta le prese di posizione di questa Associazione.

Gennaro Avallone

Gennaro Avallone

Alcuni giorni fa, Tv Oggi (http://www.tvoggisalerno.it/lettera-aperta-senegalesi-scrivono-al-sindaco-napoli/) ha scritto che una lettera del presidente dell’Associazione presenta “qualche passaggio abbastanza inquietante”, come quello che chiede di superare il “clima di forte controllo che vige nell’area del Lungomare che non giova alla sicurezza della città”. Arrivando ad aggiungere: “passaggio, come detto, abbastanza inquietante, forse – vogliamo immaginare – frutto di un errore di scrittura. Impensabile, infatti, che si auspichi minor controllo in quanto questo non giova alla sicurezza! Uscita clamorosamente a vuoto che farebbe bene il leader della comunità senegalese a rettificare immediatamente a scanso di equivoci.”
Nel mese di Novembre 2017, Li.ra. Tv arrivò a titolare “Il presidente della comunità senegalese e quei toni troppo alti” (http://www.liratv.com/presidente-della-comunita-senegalese-quei-toni-alti/), evidenziando che “Daouda Niang fa bene a rivendicare la dignità della gente che rappresenta, della civilissima comunità senegalese. Ma sbaglia i toni, a nostro giudizio ed i modi, che travalicano la protesta misurata e poco contribuiscono al dialogo”, ed aggiungendo che: “il presidente della comunità senegalese farebbe bene a spiegare cosa intende dire quando scrive- in una lettera ai salernitani- che «i senegalesi non sono dei venduti» e «non votano per scambi di favori». Toni eccessivi, ci permettiamo di dire”.
Un articolo di La Città di Salerno (http://www.lacittadisalerno.it/cronaca/i-senegalesi-ridateci-il-sottopiazza-1.1899676), anch’esso di alcuni giorni fa, dimentica il cognome di Daouda Niang, e ben due volte lo definisce come “il presidente Daouda”.
Le domande che si pongono, dopo questa breve rassegna, possono essere molteplici. Io vorrei solo porre quattro interrogativi: con quale altro protagonista della realtà sociale e politica locale si assume un tono di paternalismo, dandogli dei consigli sulla condotta e le parola da assumere? A quale altra persona si attribuirebbe “un errore di scrittura” in una lettera aperta inviata alla stampa? Di quale altro presidente di associazione si scrive chiamandolo per nome, omettendo il cognome? A quale altro soggetto rappresentante di interessi sociali si attribuisce l’aggettivo ‘inquietante’ per delle fondate proposte di politica pubblica, al centro del dibattito socio-urbanistico mondiale almeno dal libro di Jane Jacobs del 1961 (The Death and Life of Great American Cities), che dovrebbero essere oggetto del dibattito politico-culturale e non trasformarsi in invettive personali infondate e denigratorie?
Credo siano domande su cui tutta la stampa locale dovrebbe riflettere, magari aprendo una discussione collettiva ed una riflessione personale, tenendo presente, nello specifico, che l’idea secondo cui “il subalterno (e la subalterna) non può parlare”, avanzata nel 1988 dall’importante studiosa postcoloniale Gayatri Chakravorty Spivak, è stata superata non solo dalla stessa studiosa indiana ma dalla storia dei movimenti e delle lotte migranti, anticipata dalle conquiste anticoloniali dell’ultimo secolo e mezzo.

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