Mar. Lug 16th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Senza Cavalluccio non ha identità la Salerno di De Luca

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Quando un simbolo sportivo diventa la storia di una città e dell’orgoglio di appartenere ad una comunità è opportuno riflettere prima di etichettare gli appassionati con l’epiteto di “inceppati”, anche perché ciò che si credeva essere un sentimento di una minoranza, il 19 giugno si è dimostrato un fenomeno di massa. C’è da dire che ormai i gruppi identitari di Salerno si identificano con gli attributi assegnati dal sindaco Vincenzo De Luca, che, tra i suoi tanti meriti, sicuramente non conserva il dono dell’ironia e della misura.

di Giuseppe Fauceglia

Quando un simbolo sportivo diventa la storia di una città e dell’orgoglio di appartenere ad una comunità è opportuno riflettere prima di etichettare gli appassionati con l’epiteto di “inceppati”, anche perché ciò che si credeva essere un sentimento di una minoranza, il 19 giugno si è dimostrato un fenomeno di massa. C’è da dire che ormai i gruppi identitari di Salerno si identificano con gli attributi assegnati dal sindaco Vincenzo De Luca, che, tra i suoi tanti meriti, sicuramente non conserva il dono dell’ironia e della misura. Comunque, il “cavalluccio”, il colore granata restano non solo sensazioni che hanno accompagnato la vita di tanti di noi: come non ricordare le trasferte in campi di calcio sconosciuti e impolverati, la sofferenza negli spareggi per non retrocedere dalla C (chi non ricorda i campionati dei primi Anni Ottanta?) vissuti sugli spalti anche di campi neutri con rituali scaramantici ripetuti (Antonio Rizzo e Fortunato Donnabella mi costringevano a fumare un intero “antico toscano” ad ogni partita!!!), e il carosello di auto che ho visto, in un filmato amatoriale, svolgersi alla stazione centrale di Milano quando la Salernitana venne promossa in serie A e che mi fa ancora piangere per l’emozione. Chi intende avvicinarsi, per interessi calcistici o per qualsiasi altro accordo a noi sconosciuto, a questa città deve conservare il rispetto di questa storia, dei suoi simboli, dei suoi sentimenti, delle sue passioni. Non si può fare finta di niente e soprattutto non si può credere di approfittare di inesistenti attuali problemi giuridici per non coronare il sogno e l’aspirazione di un’intera comunità nel vedere giocare la propria squadra con i segni ed i colori della sua storia. A tutti dico che bisogna ancora crederci, che, se le risposte non verranno, come tifoso (e non parlo da avvocato) dobbiamo insieme costruire una squadra che, pur partendo dalle categorie più basse, porti in giro la nostra storia e magari giochi al vecchio Vestuti, dove le vecchie “glorie” guarderanno le partite dal cielo e potranno divertirsi con noi. La scommessa di riscrivere il nostro orgoglio resta difficilissima, ma non solo per questo impossibile.

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