Lun. Giu 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Senza lingua comune, sarà solo Europa degli equivoci

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di Alfonso Liguori
di Alfonso Liguori

bigW1_9kurgan-mappamigrazioneLa facevo facile quando chiesi all’amico ispanista: “Come si dice in spagnolo XXX?”, perché egli cominciò una lunga dissertazione partendo dall’ovvio: “Dipende…”.

Mi era capitato di fare simili domande a quelli che “io-parlo-inglese”, e la risposta era sempre stata rapida, netta, precisa.

Precisa secondo loro! Aveva invece ragione l’ispanista: conoscere una lingua è cosa profondamente complessa che chiede un’intera vita di studio, sapendo già in partenza che non si arriverà mai alle profondità di quell’idioma.

Perché più studi una lingua e più ti accorgi di non conoscerla. Ti accade anche con la tua, con l’italiano nel mio/nostro caso, ma l’uso quotidiano non ti fa cogliere questo terribile aspetto. Terribile, sì, perché chi domina la lingua ha il potere, e se ad un popolo togli la lingua gli hai tolto l’identità.

Anche ad una nord-americanista feci la stessa domanda fatta all’ispanista. Non ero impazzito, semplicemente sapevo che all’università aveva studiato lo spagnolo come seconda lingua. Ma la risposta fu: “No, io non mi occupo di spagnolo, dipende da tante cose e non ti saprei dire”. E qui mi venne incontro una seconda verità: ci si può occupare di una sola lingua che non sia la tua, ed è già una bella faticata, il resto è solo comunicazione, nient’altro. Io stesso, che l’inglese lo aborro come una perversione dell’anima, dissi una volta a una ragazza canadese: “tumorrov ai go de stescion”; la ragazza rise e rispose: “uell, domani io porta te”. A quel punto avrei dovuto ridere io, ma non lo feci, perché si sa: gli anglosassoni sono più educati di noi… Avevamo comunicato, ci eravamo capiti e tanto bastava.

Il presidente del consiglio Letta ha ripetuto, nella ennesima richiesta di fiducia alle Camere (quanta fiducia diamo in questo Paese?), “ci vuole più Europa, dobbiamo andare verso gli Stati Uniti d’Europa, chi non crede nell’Europa non voti la fiducia”, e qui mi son venuti tre pensieri.

Il primo abbastanza semplice: non ti ho mai dato fiducia, figurati ora che me ne dispensi pubblicamente.

Il secondo è stato sul senso di svilimento che tutta la cultura europea sta dando a se stessa. Quando leggo sui giornali “Assegnati gli oscar europei” penso sia implicito che il nostro premio valga meno degli Oscar, poiché a quelli si deve fare riferimento per attribuirgli pubblicamente una importanza. Un atto provinciale, dal quale mi dissocio. Se i David di Donatello sono un grande premio, non hanno bisogno di essere messi al paro o rimandare ad altre manifestazioni, altrimenti non lo sono. E così se la grande nazione che pensiamo di andare a costruire la dobbiamo chiamare Stati Uniti, vuol dire che dichiariamo già una nostra inferiorità rispetto agli USA. Forse un giorno mi toccherà leggere che Manzoni è il Fitzgerald italiano, che Verdi è il Cole Porter dell’800 o Leonardo il Wahrol della iconografia religiosa. Grazie no!

Ma la terza questione è decisamente la più annoso: caro Letta, in questi vostri Stati Uniti d’Europa, in quale lingua pensate di scrivere le leggi comuni a questo unico grande popolo? Non è questione da poco. La Lingua è il collante principe, l’elemento identificativo, è le radici, è il corpo, la terra, il limite dell’animo che coincide con il limite geografico, è lo specchio unico in cui tutto un agglomerato di persone vede riflesso se stesso, la sua storia, la sua cultura, le sue abitudini, i suoi sentimenti, e vi si riconosce. È la lingua, non la geografia, a determinare un popolo e a descriverne i limiti, anche territoriali.

E allora la domanda diventa davvero importante, perché la lingua comune è quella in cui un popolo scrive le sue leggi e si presume che tutti possano capirle proprio perché appartenenti  a quell’unica lingua.

A questo punto, il cretino di passaggio (ce n’è sempre uno nei paraggi) risponde: “In inglese!”, quando gli chiedi: “Perché?”, ancor più cretinamente replica: “Perché è la lingua più parlata, quella che conoscono tutti!”. Inutile spiegare al cretino che per esempio la lingua più parlata al mondo è lo spagnolo. Inutile dirgli: “Perché devo prendere come riferimento principe della UE la lingua di uno stato che nemmeno aderisce alla moneta unica?” (a ciò, salendo di cretinata in cretinata come sulle balze del Purgatorio, in genere risponde ancor più cretina-mente con un: “Ci entreranno!”). Inutile fargli notare che la Giurisprudenza anglosassone funziona in tutt’altro modo rispetto alla nostra proprio perché frutto di altre abitudini, di altro concetto di amministrazione della giustizia e di Giustizia stessa.

Messo spalle al muro, il cretino che “io-parlo-inglese”, tirerà fuori l’ultima briscola, dicendoci che ognuno tradurrà nella propria lingua. Bravo! Applausi! E qui ti volevo. Perché più si va nel tecnicismo, più si entra nelle sfumature e maggiori divengono quelle sottili differenze che possono spostare completamente un senso.

Non vi sarà, dunque, Stato europeo finchè non nascerà Lingua europea, perché altrimenti solo in pochi avranno accesso diretto alla lettura dei diritti/doveri posti alla base del convivere civile, e il grande popolo europeo, invece che unito sarà ancor più frammentato e lontano. I lavoratori di Berlino troveranno difficoltà a entrare in contatto e discutere dei comuni problemi con quelli di Madrid o di Roma, magari tra l’ennesimo gongolamento delle élites finanziarie che ancor più potranno gestire il potere dai loro aurei e distaccati salotti.

Forse un giorno, tra duecento, trecento anni, si arriverà a una lingua comune fatta di tanti piccoli pezzi di tutti i nostri idiomi: “mañana i think che mangerò avec toi…” e nascerà una nuova letteratura e forse un nuovo Dante che codifichi la musicalità di questa nuova lingua. Ma fino ad allora, fino a che non saranno i popoli a determinare  il proprio riconoscersi in una lingua comune, l’imposizione di una unione politica resterà una violenza.

Nulla più della storia Unitaria italiana ci insegna: dal 1861 si dovette arrivare alla prima guerra mondiale per accorgersi che un soldato calabrese non capiva il suo tenente veneto, e ci sarebbe voluto il 1954 con l’avvento della televisione per diffondere la lingua nazionale; da lì si giunse agli anni ’70 con le battaglie dei lavoratori, le rivendicazioni e l’acquisizione di diritti. E questo al Potere, che a differenza nostra non dimentica, potrebbe non convenire.

Uniti sotto un’unica moneta, divisi nella Lingua, come in una nuova Babele, della quale, però, si intravede già il crollo.

 

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