Senza “sì” non si cantano messe

Senza “sì” non si cantano messe
di Giuseppe Foscari *

Giuseppe Foscari
Giuseppe Foscari
Dicunt è un verbo latino che significa “così dicono”. Spesso veniva utilizzato nel Senato romano per indicare che il popolo spettegolava su qualcuno e che quelle parole andavano analizzate o quanto meno ascoltate con attenzione. Si trattava di una vulgata popolare, di una diceria che assurgeva al rango di osservazione politica, tanto da essere riportata in maniera strumentale in qualche eloquente discorso, ma poteva rivelarsi anche una clamorosa menzogna.

L’espressione “dicono che” è diventata oggi, per naturale eredità culturale della quale spesso ci dimentichiamo, un analogo modo per riportare un pensiero ricorrente senza attribuirlo a qualcuno in modo specifico e finanche un modo per raccontare verità o farle passare per tali.

Che questo referendum non abbia solo una valenza tecnica siamo tutti pienamente consapevoli. Non è solo una consultazione diretta del popolo basata su assunti giuridici, ma ha avuto, da subito, e sta continuando ad avere, un’indiscutibile valenza politica e culturale.

Di qui partono le dicerie o le verità.

Dicono che sia un’occasione per posizionamenti e riposizionamenti politici.

Dicono che in Campania il referendum stia diventando uno straordinario pretesto perché il presidente della Regione rimoduli la lista dei suoi amici, quella con i sindaci e i politici di qualsivoglia titolo, ossequiosi, obbedienti e fedelissimi, e sono quelli che voteranno e faranno votare il Sì, e, nel contempo, aggiorni la black list, quella con amministratori che stanno osando dire No.

Dicono che la merce di scambio sia rappresentata dai finanziamenti regionali, negati o accordati, a seconda della lista. Dicono che se sei nella lista nera, è meglio che pensi di organizzare una questua pubblica perché non arriverà il becco di un centesimo, mentre i fedelissimi avranno una pioggia di danaro che, al cospetto, le cascate di Tivoli saranno robetta.

Dicono che così il presidente potrà dimostrare al giovin Matteo che lui domina la Campania felix, la tiene per gli zebedei, mi si passi l’immagine poco nobile ma molto efficace e che, peraltro, non è affatto mia, ma era dentro un dicunt che mi è stato maliziosamente riferito.

Dicono che così gli farà vedere quanti Sì pioveranno da Salerno e dall’intera Regione, mica solo per mettersi la medaglietta al petto, tanto lui non saprebbe cosa farne, ma per passare all’incasso, dopo.

Dicono che anche i salotti buoni di Salerno si sarebbero piegati alla sua volontà e che questa per loro è diventata un’occasione ghiottissima per entrare nelle grazie del divino. Dicono che le elezioni sono dietro l’angolo, e mica ci si può far scappare qualche buona possibilità.

Dicono che tutto va col vento in poppa e che i Sì tracimeranno. E dicono che lui abbia dato ordini di attaccare il No ovunque: sui social, sulle televisioni, per radio, anche nei pollai, affinché pure le galline sappiano che aria tiri e come si dovranno comportare.

Dicono che nei prossimi due mesi alzerà ancora il tiro per convincere gli indecisi e coloro che osano sfidare il suo diktat.

Senza sì non si cantano messe, né ora né mai. Sempre che non siano tutte improvvide dicerie.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno

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